
L’aria secca che ha soffiato durante la notte è riuscita ad asciugare i vestiti che avevo appeso fuori dalla mia stanza, che raccolgo alle 7:30, poco prima di incamminarmi assieme a Luca e Samantha.
Passando per il centro del paese, ci imbattiamo nel primo checkpoint del circuito. Un’agente della polizia locale controlla i nostri documenti e i permessi di trekking, ma non chiede nulla riguardo alla guida.
Viste le tempistiche serrate di Luca e Samantha, il loro viaggio è un po’ più organizzato del mio, e Luca ha sul suo telefono una mappa dettagliata del circuito.
Secondo questa mappa il sentiero dovrebbe proseguire sulla nostra sponda del fiume e ricongiungersi con la strada molti chilometri più a monte, ma appena giunti fuori dal villaggio ci rendiamo rapidamente conto che quel sentiero non esiste più, è stato lavato via da una piena.
Ci sono effettivamente molti lavori di ricostruzione in corso in questa vallata. A quanto pare nel 2021 c’è stata una grossa alluvione e i danni si vedono ancora. Sembra un po’ di essere in Cadore dopo la tempesta Vaja.

Dopo aver attraversato il fiume su un ponte posticcio per ritornare dal lato della strada, mi separo da Luca e Samantha che camminano più lentamente di me. In teoria dovrei rivederli stasera perché anche loro hanno intenzione di spararsi un’altra lunga giornata di cammino e raggiungere Chame, uno dei paesi principali del circuito, che si trova a 25 chilometri di marcia.
La prima parte della giornata procede tranquilla: le pendenze sono dolci e ci sono delle cascate carine a lato della strada.
Arrivato a Dharapani (1860 m) la vallata si congiunge con un’altra, proveniente dalla regione del Manaslu e da dove partono altri sentieri di trekking. Un’opzione popolare per chi ha molti giorni a disposizione è fare il trekking del Manaslu per poi congiungersi qui al circuito dell’Annapurna.
Questa convergenza di sentieri significa che mi imbatto in un nuovo checkpoint, dove però ancora una volta non fanno cenno alla necessità di una guida.
Mi fermo per un tè in una splendida guest house a lato strada appena prima di Bagarchhap. Sono a quota 2160 metri, quasi esattamente quella del mio amato Rifugio Telegrafo sul Monte Baldo.
Il posto è carino e hanno un wifi velocissimo, mi fermo per circa 40 minuti e proprio quando mi accingo a ripartire arrivano Luca e Samantha.
Faccio un altro tratto di strada con loro, ma ci separiamo presto.



Il sentiero si separa dalla strada dopo un portale colorato, e inizia a salire attraverso la foresta tramite una serie di ripidi scalini.
È molto ripido e faticoso, ma bellissimo.
Dopo aver guadagnato velocemente 500 metri di altitudine il sentiero prosegue in piano fino a un ponte tibetano che lo collega a Timang (la mia cartina dice 2270 m, ma il mio altimetro segna 2640. Decido di iniziare a segnare i numerosi errori che riscontrerò sulla cartina…).
Mi fermo per pranzo e anche qui il wifi è incredibile e quindi chiamo a casa per un saluto.
Proprio quando sto per ripartire, per puro caso, Samantha entra nella guest house.
La salita si è rivelata troppo dura per lei, tanto che ha avuto un attacco di panico e ha chiesto un passaggio su una jeep.

Da Timang parte una bella sezione di sentiero tra campi e villaggi. Si scende e si risale un poco per attraversare un ponte sospeso, ma per il resto è perlopiù pianeggiante.
Raggiungo così Koto (2530 m), un villaggio che è praticamente un’estensione di Chame.
Qui c’è un altro checkpoint dove incontro Lara, una ragazza tedesca conosciuta in ostello a Kathmandu. Era partita per il circuito due giorni prima di me, ma l’ho già ripresa.
C’è anche un venditore che offre delle samosa buonissime, e un capannello di locals che sta giocando a carrom, gioco con cui sono familiare grazie al Tocatì.
Proseguo fino a Chame (2600 m) che per gli standard del sentiero è una vera e propria città. C’è perfino un negozio dove i prezzi, nonostante l’altitudine, sono bassi come a Kathmandu.
Scelgo a caso una guest house ma oggi mi va male: la doccia è fatiscente e non ho il bagno in camera (ormai mi ero abituato bene). In camera manca la corrente e mi vedo costretto a ripiegare sulla mia powerbank.
Luca e Samantha, che hanno pianificato tutto nei minimi dettagli, sanno tutte le guest house migliori sul percorso e giustamente vanno in un’altra. Purtroppo io mi ero già sistemato nella mia stanza quindi mi tocca restare lì.


Qui Strava anche se appena partito ha fatto un po’ le bizze.
![]()