Un post in cui cito due volte il Natale senza alcun motivo

Mi sono svegliato prestissimo, verso le 5:30, perché iniziava ad albeggiare.
Finalmente il cielo era limpido, e davanti a noi si poteva ammirare il massiccio dell’Annapurna.
Dopo tre giorni di nuvole e pioggia l’eccitazione era palpabile tanto che Jack, svegliatosi poco dopo di me, scende subito dal letto e si dirige fuori ad ammirare il panorama con la stessa velocità di un bimbo la mattina di Natale che corre a scartare i regali.
Facciamo una breve passeggiata per il paese per cercare il miglior punto panoramico, e rientriamo in guest house per colazione verso le 8.

La prima parte del cammino di oggi è piacevolmente pianeggiante. Siamo ancora all’ombra delle montagne, e l’aria mattutina a 3000 metri è frizzantina, ma il sole promette di arrivare presto a scaldarci quindi parto fin dall’inizio indossando solo maglietta e pantaloncini.
In un tratto di boscaglia incontro una coppia di tedeschi con una guida. I due sono bardati di abiti tecnici dalla testa ai piedi: pantaloni lunghi, giacca a vento, guanti e berretto. Credo che io mi vestirò così solo a 5000 metri.
Mi guardano stupiti e mi chiedono se io abbia caldo. Io chiedo loro se hanno freddo.
Un breve scambio di battute in cui faccio notare che sia strano che siano proprio loro, tedeschi, ad avere così freddo, e me li lascio alle spalle.

Quando esco dalla boscaglia il sentiero si ricongiunge brevemente alla famosa strada carrozzabile che arriva fino a Manang. In uno spiazzo c’è un lungo muretto pieno di ruote di preghiera e qui affluiscono numerosi trekker (chi dal sentiero come noi proveniente da Upper Pisang e chi dalla strada proveniente da Lower Pisang).
È un punto di riposto strategico perché da qui, subito dopo un ponte sospeso, parte una lunga ed estenuante salita che procede a zigzag a tratti sempre più brevi, disegnando una specie di albero di Natale sul fianco della montagna.

Verso le 9:30, mentre stiamo procedendo sulla lunga salita, ci imbattiamo in una tea house strategicamente posizionata sul sentiero. Vendono dell’ottima torta di mele e c’è un sacco di gente allegra. Ci fermiamo per una merenda e stiamo brevemente a chiacchierare seduti sul tetto della struttura.
Quando ripartiamo, verso le 10:00, scopriamo che eravamo a solo 10 minuti di cammino dalla cima: una bella sorpresa!
Arriviamo così a Ghyaru (3670 m), dove c’è un monastero buddista che si affaccia sulle montagne, fungendo un po’ da punto panoramico per noi turisti.
Qui ritroviamo numerose persone incontrate nei giorni precedenti e facciamo nuove conoscenze.
C’è Michael, un olandese sulla quarantina dai tratti orientaleggianti, che ci spiega il significato delle stupe e delle ruote di preghiera.

Jack, col berretto verde, mentre Micheal gli spiega il Buddismo

Io, Jack e Maaike ci rimettiamo in cammino e arriviamo fino Ngawal (3657 m, sì un bel tratto pianeggiante) dove ci fermiamo a pranzare in una guest house all’inizio del villaggio.
Lasciati alle spalle i giorni di pioggia, oggi per la prima volta possiamo sederci al sole a mangiare. Proprio quando stiamo per ripartire arrivano, ancora una volta, Luca e Samantha.
Attraversiamo Ngawal, molto bello e con un bellissimo albero in una piazzola nel centro del paese. Appena fuori sbagliamo per la prima (e unica) volta direzione, ma ce ne accorgiamo in fretta e correggiamo la rotta.
Il motivo dell’errore è che non ci aspettavamo che da qui il sentiero iniziasse a perdere quota velocemente, scendendo lungo una larga strada carrozzabile cementata.

L’albero al centro di NgawalLa strada che droppa insensatamente

Ci troviamo così qualche centinaio di metri più in basso del paese in una bellissima vallata quasi desertica.
Da quello che ho capito quest’area si trova in una zona secca creata dalla presenza del massiccio dell’Annapurna, che blocca le perturbazioni piovose sul versante opposto.
È un bel cambio di scenario rispetto alla giungla di qualche giorno prima. Jack mi riferisce che qualcuno gli ha detto che il circuito dell’Annapurna è anche noto come “Trekking delle quattro stagioni” per l’ampia varietà di climi che si incontrano.
Il sole picchia forte e ho quasi il timore di finire l’acqua (cosa che una volta mi è successa, anche se da questo post non si percepisce davvero il dramma che ho passato), ma riesco a farmela bastare fino all’arrivo a Braga (3360 m), obiettivo della giornata.

Sono le 15 quando posiamo i nostri zaini in una guest house proprio all’inizio del villaggio.
Lavo me e i miei vestiti e mi siedo sulla grande terrazza che dà sulla strada da cui siamo arrivati, per accogliere in paese tutti gli amici conosciuti lungo il sentiero, tra cui il gruppo dell’Intrepid che ci supera dirigendosi a Manang.

Manang è una vera e propria città per gli standard della regione, al pari di Chame se non addirittura di più vista l’importanza che ricopre per via della sua posizione. La lunga strada carrozzabile termina là, e questo è l’ultimo grande insediamento prima del passo, punto di passaggio obbligato e dove è consigliato passare un giorno di acclimatamento.
A Manang le guest house sono veri e propri alberghi, dotati di qualche comfort in più rispetto ai paesini che ho visitato finora.
Durante il giorno di acclimatamento si consiglia di non stare fermi in città, ma di fare una gita a una quota più elevata per poi tornare a dormire ad un’altitudine più bassa.
È più o meno quello che abbiamo intenzione di fare noi, ma invece di passare due notti a Manang abbiamo deciso di passare la prima qui a Braga, che è praticamente una sua estensione e si trova più o meno alla stessa altitudine.
Per la giornata di domani il nostro programma è di lasciare qui gli zaini e salire leggeri ad Ice Lake, un laghetto a 4600 m. Una volta tornati giù e recuperati i nostri averi ci dirigeremo alla grande città, che da qui dista solo una ventina di minuti.

Tutto questo excursus sui comfort di Manang e dintorni per dire che Io, Jack e Maaike ceniamo con tre giganteschi cheeseburger vegetariani accompagnati da patatine fritte. Una cena incredibile e decisamente meritata.
Mentre stiamo festeggiando allegri c’è un ragazzo inglese, Dave, che ordina solo un piatto di patate bollite scondite da portare in camera a sua morosa.
Loro sono saliti oggi ad Ice Lake e hanno avuto un’esperienza abbastanza terribile: c’era molta neve fresca caduta nei giorni precedenti che ha reso la salita lunga e tediosa. La ragazza ha iniziato ad accusare i sintomi dell’altitude sickness e sono dovuti tornare indietro.
Che dire, un’ottima premessa per quello che ci aspetta domani!

Uno yak che vi saluta e vi dà appuntamento a domani!

Qui come al solito Strava.

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