

Partiamo alle 7:30 per Kongma La, che pare sia il più impegnativo dei tre passi.
Appena partiti sbagliamo sentiero e iniziamo a salire su un terreno molto franoso. Come sempre succede in queste situazioni, piuttosto che scendere per cercare la via giusta, ci ostiniamo a mantenere ogni centimetro di dislivello guadagnato e cerchiamo di riconnetterci al sentiero tagliando in quota. Questo ci porta ad attraversare diversi avvallamenti franosi, ogni volta sperando che sia l’ultima ma ogni volta scoprendo che ce n’è un altro dopo.
Di fronte all’ennesima frana da attraversare, Zach decide che ne ha abbastanza e si dirige non verso valle, dove sicuramente riuscirebbe a ritrovare il sentiero, ma verso l’alto, sperando di scollinare il pendio e di trovare il sentiero lassù.
Io e Liv continuiamo a procedere in orizzontale e, con un po’ di su e giù e dopo altre tre frane, riusciamo finalmente a ritrovare la via. Ci sono volute quasi due ore e abbiamo percorso solo due chilometri. Incredibile!
Ora che abbiamo ritrovato la via iniziamo ad avanzare velocemente, forti anche del fatto che la pendenza è dolce in questo primo tratto. Dopo circa mezz’ora ritroviamo anche Zach, che ci racconta di aver fatto un giro assurdo e di aver dovuto scalare per altri 3-400 metri prima di ritrovare la via.
Dopo aver avvistato uno strano topo/coniglio incontriamo anche quelle che probabilmente sono le uniche due altre persone sul sentiero oggi: un ragazzo indiano e la sua guida.
Il ragazzo procede lentissimo, a vederlo pensavamo che stesse molto male a causa dell’altitudine, ma la guida ci rivela che è solo in hungover.
A questo punto inizia una scalata ripidissima, la più dura che abbia affrontato in tutto il trekking. Il sentiero sale a zig-zag praticamente in verticale. Ognuno sale col suo ritmo, e io inizio a distanziare gli altri: ho deciso che li aspetterò al laghetto che c’è appena prima del passo. Il lago è segnato sulla mappa e ieri siamo pure riusciti a scorgerlo dalla cima di Chhukhung Ri, quindi sono già un paio di giorni che ce l’ho in mente: vorrei provare a farci il bagno.
Nonostante siamo a oltre 5000 metri di altitudine il clima è infatti ben diverso da quello che avevo trovato sul passo di Thorung La lungo il circuito dell’Annapurna, quando c’erano -18° C e mi si era congelata la barba.
Qui le giornate sono piuttosto calde e, sebbene quando tiri vento faccia un po’ fresco, spesso il motivo per cui indossiamo le maniche lunghe è per proteggerci dalla fortissima luce solare più che dalla temperatura.
Una volta superata la ripida salita, la pendenza torna ad essere dolce, ed è forse uno dei tratti più belli del sentiero.
Quando arrivo al lago mi rendo conto che farci il bagno dentro era una prospettiva molto ottimista: c’è in effetti abbastanza freddino. Inoltre l’intero lago è circondato da un anello di ghiaccio che, se ci saltassi dentro, renderebbe molto difficile uscirne.
Scartata l’ipotesi del bagno, mi limito ad aspettare gli altri. Zach e Liv arrivano poco dopo di me e insieme cerchiamo di capire come prosegua il sentiero da qui.
Sebbene si veda il passo poche decine di metri sopra di noi infatti, la via per arrivarci è completamente indecifrabile.
Nonostante le perplessità, in qualche modo riusciamo a trovare il percorso, che è effettivamente molto incerto ed esposto, e finalmente riusciamo a raggiungere il passo di Kongma La, altitudine 5535 metri.
Finalmente riusciamo a vedere, dall’altro versante, la vallata in cui si trova il campo base dell’Everest.
Dopo le dovute celebrazioni, iniziamo la discesa verso il fondo valle.


In solo mezz’ora arrivo a circa metà della discesa, dove mi fermo su una grossa roccia ad aspettare gli altri. Ora c’è caldo e mi tolgo la maglietta per asciugarla e pareggiare la mia abbronzatura, anche se in pochi minuti gli altri mi raggiungono e ripartiamo.
Una volta giunti a fondo valle scopriamo che per raggiungere il villaggio di Lobuche dobbiamo attraversare un ghiacciaio.
Non si tratta di una distesa di ghiaccio ma del letto morenico dove si accumulano i detriti. È un’enorme distesa di ghiaia costellata di piccoli laghetti. Il terreno è molto irregolare e instabile e costringe a un tedioso saliscendi per districarsi tra gli accumuli pietrosi e le pozze d’acqua. Il terreno sassoso inoltre assorbe la forza dei passi, aumentando lo sforzo richiesto.
Il tutto avviene mentre l’intero ghiacciaio scricchiola in modo sinistro, e ogni tanto qualche pezzo di ghiaccio e roccia si stacca e rotola nei laghetti.
Malgrado tutto devo comunque ammettere che è un bel labirinto e la navigazione è resa più interessante dalla costante ricerca delle bandierine che segnano la via.


Arriviamo a Lobuche (4910 m) per le 16 e ci fermiamo per pranzare. Da qui sono solo 4.5 chilometri fino a Gorak Shep, l’ultimo avamposto prima del campo base dell’Everest, e la pendenza non sembra essere eccessiva. Nonostante Lobuche sia il luogo più logico dove concludere questa già lunga giornata di cammino, decidiamo dunque di proseguire fino a Gorak Shep. Stasera sorgerà la luna piena, quindi anche dovesse calare il sole avremmo comunque luce a sufficienza per proseguire il cammino. Inoltre ci siamo messi in testa che vogliamo vedere la luna sorgere dietro all’Everest, quindi dobbiamo per forza arrivare là stasera.

Ci rimettiamo in cammino alle ore 17, ma prima di farlo faccio la cacca (è un dettaglio che tornerà molto importante domani). I primi due chilometri sono praticamente pianeggianti e molto facili ma, dopo una breve salita, scopriamo che tra noi e Gorak Shep si frappone un altro fottuto ghiacciaio. Gli ultimi due chilometri sono quindi un ennesimo saliscendi sfiancante.
Quando arrivo a Gorak Shep (5125 m), un po’ prima di Zach e Liv, è ormai buio. Sfrutto il leggero vantaggio che ho sui miei compagni per capire quale delle tre guest house che compongono il villaggio sia quella dove alloggiano Stefano e Chiara.
Una volta individuata la guest house dove stanno i nostri amici, mi metto sul sentiero per intercettare Zach e Liv e condurli là.
Gli alloggi a Gorak Shep sono molto spartani, e in particolare i bagni sono piuttosto carenti: letteralmente un grosso buco nel pavimento da cui si vede tutto quello che sta sotto.
Quando ceniamo sono le 20:30, tardissimo per gli standard di questo trekking. È stata una giornata lunghissima, ma domani la sveglia è fissata alle 4 per salire in cima a Kala Patthar, il miglior punto panoramico per ammirare la vetta dell’Everest!
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