Be bold, start cold!

Oggi breve giornata di cammino.
Sono solo 7 chilometri da Yak Kharka a Thorung Phedi, il campo base dove soggiorneremo stanotte, e il dislivello è di circa 500 metri. Poca roba rispetto a quello a cui ci siamo abituati nei giorni precedenti.
Dopo la nevicata di ieri sera il cielo è tornato sereno.
Partiamo con estrema calma alle 8:20, e poco dopo superiamo ancora una volta il gruppo dell’Intrepid, partito puntuale alle 8.
Il sentiero non è particolarmente impegnativo, ma non avendo grossi impegni per la giornata ci fermiamo comunque, dopo un’oretta di cammino, a riposare su un bel prato.

La mia compagnia

Qui Ripa ci intrattiene con storie frutto dei suoi 27 anni di lavoro come guida.
In questo lungo periodo, ci dice, è riuscito solo 2 volte a vedere il leopardo delle nevi, avvistamento ambitissimo per chiunque si avventuri su queste montagne.
Ci racconta anche storie di suoi colleghi che si sono imbattuti nello Yeti. Lui è certissimo della sua esistenza.
Poco altro da segnalare, se non che a un certo punto appare sul sentiero un folto gruppo di locali. Saranno almeno una cinquantina, un flusso continuo che pare non fermarsi, e provengono dalla direzione in cui siamo diretti. Mai vista così tanta gente su questi sentieri!

Quando affrontiamo l’ultimo tratto di sentiero fa ormai caldo e la neve caduta la sera precedente si è quasi tutta sciolta. Il terreno è molto fangoso e scivoloso e bisogna fare attenzione a non cadere.
Siamo giunti ormai alla fine della vallata, e di fronte a noi, sul versante opposto, c’è Thorung Phedi (4450 m), che più che un villaggio è un campo base costituito da una manciata di guest house.
Ieri la guida dell’Intrepid aveva spiegato che il sentiero sul versante opposto, che arriva direttamente a Thorung Phedi, era da evitare per l’elevato rischio valanghe.
Il sentiero sicuro, quello che abbiamo percorso noi sul lato opposto della valle, si interrompe senza arrivare alla meta. Siamo dunque costretti a scendere verso il fondo della vallata e guadare i torrenti che da qui si originano, per poi risalire sullo scosceso versante opposto.Siamo arrivati alla fine della vallata! Sulla sinistra c’è Thorung Phedi, quota 4450 metri!Il ponte in costruzione
Vista l’impraticabilità del sentiero diretto, è in corso la costruzione di un un ponte sospeso che colleghi Phedi all’altro lato della valle. Scendendo verso il guado ci imbattiamo infatti nel cantiere. Sono già presenti i basamenti di cemento, quindi è facile farsi un’idea di dove sarà il ponte quando sarà terminato.
Lavorare in questi luoghi remoti è estremamente difficile, a partire dal trasporto dei materiali.
Scopriamo così il motivo di quella marea di persone incrociata poco prima: avevano trasportato, tutti assieme, uno dei lunghi cavi metallici che collegheranno il ponte da parte a parte. Incredibile!
Più tardi li abbiamo visti di nuovo ripetere l’operazione con un secondo cavo. Ah, forse dimenticavo: lo facevano correndo!

 

Al campo c’è una bellissima atmosfera: ci conosciamo tutti e siamo tutti eccitati per il passo, che salvo complicazioni meteorologiche affronteremo domani.
L’offerta culinaria, contrariamente a quello che ci avevano anticipato, non è poi così spartana, ma è in linea con i villaggi incontrati finora.
Passiamo il pomeriggio a giocare a carte, ma alle 20 abbiamo già cenato e siamo pronti per andare a dormire: la sveglia per domani è prevista alle 3:30!

Strava!

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Un’intera torta di mele

Quando ci svegliamo alle 5 il cielo è grigio e nuvoloso.
Il sentiero è stato coperto dalla neve, che ha ripreso a cadere durante la notte, quindi appare evidente che sia impossibile raggiungere Tilicho Lake e tutti concordi sul dirigerci in giornata a Yak Kharka, sul circuito principale.
Ah ma c’è di più! Ho scoperto ieri sera che il lago è completamente ghiacciato! E coperto di neve! Quindi questa estenuante escursione servirebbe solo ad andare ad ammirare una grande distesa di neve!
Quando scendiamo nella sala comune scopriamo però che Joe e le ragazze francesi, con relative guide, sono partiti da poco per tentare l’impresa. Incredibile.

È molto presto e non ho molta fame, tanto che sto pensando di rimandare la colazione a Shre Kharka, paesino in cui ci eravamo fermati ieri e che dovremmo raggiungere dopo poche ore di cammino.
Proprio mentre sto ponderando questi pensieri, a me, Jack e Maaike viene servito un bellissimo piatto con uova, patate arrosto e pane tostato. Ieri sera avevamo chiesto che ci preparassero delle uova sode come pranzo al sacco, ma evidentemente ci siamo capiti male.
Il piatto è golosissimo e proprio quello di cui avevo voglia, quindi sono contentissimo.
Ryan e Liam vedono i nostri piatti e ordinano la stessa cosa per loro.
C’è freddissimo e per sciogliere il burro da spalmare sul pane siamo costretti a scaldarlo con l’accendino.

Ci mettiamo in cammino e, appena raggiungiamo un punto in cui la visuale lo consente, proviamo a individuare i trekker diretti al lago con il mio binocolo.
Sono passate ormai due ore da quando sono partiti, ma sono molto più indietro di dove ci saremmo aspettati di vederli e sembrano procedere a fatica.
Ripercorriamo il sentiero nella zona frane, che oggi sembra essere molto più breve, e facciamo ritorno a Shre Kharka alle 8:30.
Qui ci fermiamo per una seconda colazione. Tutti ordinano la zuppa ma io, che contro la zuppa ci ho scritto una canzone, mi decido a provare lo Snickers Roll.
Lo Snickers Roll è un leggendario dessert che si trova su tutti i menù delle guest house e consiste in una barretta Snickers avvolta in un impasto e fritta. A vederlo non è un granché (qualcuno me l’aveva descritto come “le interiora di un animale spiattellate sull’asfalto”) ma essendo essenzialmente uno Snickers fritto è molto buono.

A Shre Kharka troviamo il sentiero che si dirige verso Yak Kharka e lo imbocchiamo, procedendo più o meno in quota girando attorno alla montagna.
Ci imbattiamo nelle rovine di un paese abbandonato che scopriamo essere, consultando la mappa, Upper Khangsar. Khangsar è il paese che avevamo visitato ieri in cui termina la lunga strada carrozzabile e si trova qualche centinaia di metri più in basso.
A giudicare dalle rovine, quando la strada è arrivata laggiù l’intero paese si è trasferito in sua prossimità e questi edifici sono stati abbandonati.
Su Upper Khangsar si apre una bellissima vista su tutta la vallata che abbiamo percorso nei giorni precedenti. Si vede Manang e il fiume che mi ha accompagnato sin dal primo giorno, e c’è pure un briciolo di segnale telefonico che mi consente di mandare un messaggio a casa.

La vista su Khangsar da Upper Khangsar, ora un villaggio abbandonato
Vista su tutta la vallata. Si vede bene Manang al centro.

Una volta girato attorno alla montagna il sentiero inizia a scendere verso un ponte sospeso.
Passiamo attraverso un bellissimo bosco di alberi rinsecchiti.
Una volta attraversato il ponte ci fermiamo brevemente a riposare per recuperare le forze in vista della breve ma ripida salita che ci riporta a livello del sentiero.
Siamo tornati sul circuito principale, e ci troviamo ora sul percorso che collega Manang a Yak Kharka. Quest’ultima, la nostra meta odierna, dista solo 4 chilometri.
Lungo quest’ultimo tratto incontriamo due componenti della gang nepalese che era arrivata tardissimo qualche notte fa nella nostra guest house a Upper Pisang. Dicono che sono stati a Tilicho Lake il giorno prima e ci hanno impiegato 5 ore per salire e 3 per scendere. Non so se fidarmi visto che quello che si diceva al base camp era che nessuno fosse riuscito ad arrivarci.

Facciamo il nostro ingresso a Yak Kharka (4018 m) e veniamo accolti da Ripa, la guida di Liam e Ryan.
Scopriamo che Dave e la sua ragazza non ci sono: hanno aspettato un altro giorno a Manang e per poi salire a Yak Kharka, me lei è stata male di nuovo e si sono convinti a rinunciare, tornando indietro con una Jeep.
Questo significa che ora Ripa e il porter Kumar sono qui solo per accompagnare Liam e Ryan. E siccome loro due sono ormai parte del nostro gruppo, anche Ripa e Kumar si uniranno a noi!
Quindi ecco, questa è la storia di come ho iniziato a camminare da solo e mi sono ritrovato a far parte di un gruppo di otto persone compreso di guida e porter.
Io dico, a ‘sto punto prendiamo anche un cavallo!

Poco dopo il nostro arrivo inizia nuovamente a nevicare, ma la nostra guest house ha molte accoglienti sale comuni e passiamo il pomeriggio a oziare serenamente.
Qui ho anche trovato la primissima chitarra da quando sono partito. L’ho accordata alla bell’e meglio e suonata per un po’, per poi unirmi al resto della mia compagnia per giocare a carte.
Arriva l’ora di merenda e vogliamo tutti e sei (Ripa e Kumar non sono con noi, sono a un tavolo di locals) la torta di mele. Io e Ryan veniamo mandati a ordinarla. La torta è divisa in 8 fette, conveniamo quindi non abbia senso prenderne solo 6, ma che a questo punto ci tocchi prenderla tutta.
Non è una trattativa particolarmente efficace, e alla fine lo sconto che otteniamo non giustifica l’acquisto, ma che gioia presentarsi al tavolo con un’intera torta tutta per noi!

Nella sala a fianco, in cui poco dopo ci spostiamo anche noi, c’è tutto il gruppo dell’Intrepid. Sono arrivati qui lo stesso giorno nostro, ma noi è quattro giorni che ci intratteniamo con le side quest mentre loro hanno persino saltato il giorno di acclimatamento a Manang.
Siccome hanno i porter che trasportano i loro bagagli, hanno al seguito un sacco di roba inutile: forse ho visto un computer, di sicuro c’era una tizia che lavorava a maglia.
Dopo cena ascoltiamo il lungo e dettagliato briefing che la guida Intrepid propina ai suoi seguaci.
Ci stiamo addentrando nella parte più remota del sentiero e alle altitudini più elevate. Da qui in poi sarà necessario prestare attenzione ai possibili sintomi della altitude sickness.
Inoltre, spiega la guida, il sentiero del giorno successivo si biforca e da un lato passa in una zona soggetta a frane che sembra molto più instabile di quella che abbiamo affrontato verso Tilicho Lake. Ovviamente questo sentiero è sconsigliato, e la guida intima i suoi a proseguire sul sentiero alternativo sul lato opposto della vallata.
Al termine del briefing, e prima di mandare tutti a letto presto, la guida controlla pressione, battiti cardiaci e ossigenazione di tutto il gruppo.
Sono davvero impressionato da questa meticolosità.
Ma ehi, anche noi abbiamo una guida ora! Ripa si unisce a noi per giocare a carte.
È ormai tardi quando gli chiediamo se voglia fare un’ultima partita, lui sospira e inizia “Sapete, penso che sia ora…”. Mi aspetto che anche lui ci stia per intimare di andare a dormire, e invece prosegue dicendo “penso che sia ora di andare a fumare una canna!”.
Ognuno ha la guida che si merita immagino.

Qui l’importantissimo tracciato su Strava.

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Dove finisce la strada, dove comincia il fiume

L’appuntamento era alle 8 di fronte al nostro albergo.
Faccio la conoscenza di Ryan, un tipico irlandese rosso di capelli e con la pelle così sensibile che si scotta pure sotto ai vestiti.
I suoi racconti mi fanno venire in mente che è meglio rifornire le mie scorte di crema solare, quindi faccio una capatina in un negozio poco distante per prendere un tubo di crema protezione 50+.
I ragazzi australiani a quanto pare hanno fatto bagordi la sera prima e non si presentano all’appuntamento. Fred invece a quanto pare è partito alle 6 perché non riusciva a dormire.
Facciamo una sosta all’ufficio dell’ACAP (Annapurna Conservation Area Project) di Manang per il solito controllo dei permessi. Ci aspettavamo una cosa veloce ma l’ufficio è affollatissimo e inoltre per la prima volta ci contestano l’assenza della guida.
La situazione si sblocca solo quando gli agenti chiamano il numero di telefono che mi aveva lasciato l’addetto dell’ufficio a Kathmandu, che chiarisce tutto.

Ci incamminiamo lungo la strada, che esce da Manang e termina definitivamente a Khangsar (3734 m). Ho un vago ricordo che al termine della strada ci sia un classico cancello, ma non ho foto che lo provino.
Entrando in paese, Liam trova per terra un corno di yak che si appende allo zaino. Sono molto geloso.
Facciamo una breve sosta in un’accogliente tea house dove beviamo tè e coca cola per recuperare le forze in vista della salita fino Shre Kharka (4050 m), dove ci fermiamo a pranzare.
Qui c’è un po’ di confusione con gli ordini, e scopriamo di aver ordinato più cibo del previsto.
Non è certo un problema, e spazzoliamo tutto allegramente.

Nel pomeriggio dei cartelli ci avvertono che ci stiamo addentrando in un’area soggetta a frane. È forse uno dei tratti più suggestivi dell’intero circuito. Il sentiero attraversa un pendio ghiaioso inclinato, da cui ogni tanto spuntano dei pinnacoli di roccia. È effettivamente un terreno instabile e ogni tanto dei rumori dall’alto rivelano rocce che rotolano giù, per fortuna quelle che vediamo noi sono poco più che sassolini.

A tutti i trekker che vediamo provenire dalla direzione opposta, ossia di ritorno da Tilicho Lake, chiediamo se siano riusciti a raggiungere il lago.
Sembra che nei giorni passati nessuno ce l’abbia fatta: il sentiero è completamente bloccato dalla neve. La cosa non ci scoraggia memori delle nostre diverse esperienze con Ice Lake: quando erano saliti Liam e Ryan aveva nevicato da poco ed era praticamente impossibile farsi largo nella neve fresca, mentre io, Jack e Maaike, saliti il giorno dopo, abbiamo trovato poca neve e un sentiero perfettamente praticabile. Forse avremo la stessa fortuna anche questa volta?
Chiediamo anche quanto manchi al Tilicho Base Camp, l’avamposto a 4150 metri che è la nostra meta odierna, e tutti ci riferiscono tempistiche assurde. Un ragazzo ci dice che mancano ancora 4 ore. Strano, mi dico, perché dalla conformazione della vallata in questo punto si vede praticamente tutto il sentiero davanti a noi, e la nostra metà dovrebbe essere dietro quel costone di roccia laggiù, che non può distare più di un’ora da qui…
Le informazioni si rivelano in effetti errate (oppure siamo noi ad essere velocissimi?) e alle 15 giungiamo a destinazione.
Il paesaggio è lunare e Tilicho Base Camp, un agglomerato di 3-4 guest house, ricorda una base di ricerca antartica. Siamo davvero in un posto remotissimo!

Da questo punto si vedeva praticamente tutto il sentiero e qualcuno ha cercato di convincermi che ci volessero QUATTRO ore per arrivare laggiù in fondo!
Sulla destra potete vedere il remotissimo Tilicho Base Camp

Faccio finalmente la conoscenza di Fred, che è arrivato qui a mezzogiorno e ci accoglie nella sua guest house. Ha degli scarponi che mi sembrano decisamente inadatti per i sentieri che stiamo affrontando e veste abiti sgualcitissimi. Nei suoi occhi azzurri c’è un briciolo di follia. Lo adoro.
Subito dopo il nostro arrivo inizia a nevicare, cosa che fa un po’ vacillare le nostre speranze di raggiungere il lago il giorno successivo.
Non c’è motivo di preoccuparsene per il momento, ci penseremo domani mattina, e quindi passiamo il pomeriggio nella stanza comune a giocare a carte.
Siamo io, Jack, Maaike, Liam, Ryan, Fred e inoltre si uniscono due sorelle francesi (una sono abbastanza certo che si chiamasse Laura) e Joe, un australiano giramondo sulla quarantina.
Mentre giochiamo proviamo a elaborare un piano d’assalto al lago per il giorno seguente.
Sembra che l’impegnativa salita al lago richieda 3-4 ore, e per scendere ne servano 2-3.
Joe e le ragazze francesi, che sono accompagnati da guide locali, sono determinati a partire per le 5 domani mattina.
Decidiamo di dargli mezz’ora di vantaggio, di modo che loro vadano in avanscoperta e battano la traccia, e partire per le 5:30.
Ordiniamo delle uova sode per la mattina seguente, per portarle con noi come pranzo al sacco.
Tutto questo però dipende dal meteo: se domani non sarà favorevole torneremo indietro verso il passo di Thorung La.

Traccia di oggi.

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Il lago ghiacciato che però non lo era

Ci svegliamo alle 5:30 per questa simpatica gita di acclimatamento.
Il sentiero che porta a Ice Lake è lungo poco meno di 5 chilometri, ma in questo breve tratto si sale di ben 1200 metri. Tutto sommato mi ricorda il mio sentiero preferito sul Baldo, che da Punta Veleno sale al Telegrafo in 5 km e 1000 metri di dislivello, con la piccola differenza che qui siamo praticamente al doppio dell’altitudine e l’ossigeno inizia a scarseggiare.

Vengo convinto da Jack a fare colazione col porridge, pietanza che finora ho evitato e che effettivamente, se presa da sola sa di poco. Ma il ricarico che hanno a queste altitudini su aggiunte come miele o marmellata è elevatissimo, quindi mi tocca fare così.
La partenza del sentiero è esattamente di fronte alla nostra guest house. Ci incamminiamo alle 6:45, attraversiamo il paese e iniziamo a salire ripidamente. Appena fuori sentiamo un forte rumore e ci giriamo giusto in tempo per vedere una valanga staccarsi dall’Annapurna, di fronte a noi sul lato opposto della valle, e scivolare giù.
Alle 9:30, poco dopo aver superato quota 4000 metri per la prima volta, raggiungiamo una piccola tea house posta a circa metà del percorso. Facciamo una veloce pausa tè e ci rimettiamo in marcia.

A questa quota raggiungiamo finalmente la neve, anche se pare essercene decisamente meno di quello che ci avevano riferito il giorno precedente.
Dopo un’altra ora di cammino raggiungiamo finalmente il primo dei due laghi (abbiamo scoperto in quel momento che Ice Lake sono in realtà due laghi!). La neve inizia ad essere abbondante e si sprofonda un poco, ma non è nulla di impossibile e poco dopo raggiungiamo il secondo lago.
C’è caldissimo e la luce del sole riflessa sulla neve è abbagliante. Impossibile stare senza occhiali da sole.
Nonostante il nome, l’acqua del lago non è ghiacciata e, anzi, ha una temperatura gradevole che quasi invoglia a fare un tuffo. Ah, se solo mi fossi portato l’asciugamano l’avrei fatto!

Passiamo un’oretta lassù sulle sponde del lago, ma a un certo punto gli effetti di sole, caldo e altitudine iniziano a farsi sentire, pertanto ci decidiamo a scendere.
Avverto un leggero mal di testa, forse più a causa della forte luce che per l’altitudine, e anche Maaike non si sente benissimo. Ci fermiamo allora di nuovo alla piccola tea house per pranzare e la situazione migliora velocemente.
Nell’ultimo tratto di discesa avvistiamo una volpe!

Torniamo alla guest house dove avevamo lasciato gli zaini. Avremmo voluto fare merenda qui con la loro famosa torta di carote, che avevamo adocchiato sul menù il giorno prima, ma ci dicono che oggi non c’è.
Ci mettiamo allora in cammino per coprire il breve tratto che ci separa da Manang.
Qui incontriamo Luca e Samantha, che ci indirizzano verso la loro guest house (che è un albergo a tre piani). Si dice in giro che lì la doccia sia particolarmente bella, e tanto ci basta.
Sistemati gli zaini nella nostra stanza, io e i miei compagni andiamo a esplorare la grande Manang alla ricerca di una bakery che ci serva la torta che poco fa ci è stata negata.
In paese incontriamo un sacco di persone conosciute lungo la via. Dopo un po’ che girovaghiamo, Luca, che ha sempre i consigli giusti, ci dice che la miglior bakery in paese è proprio dentro al nostro hotel.
Torniamo lì e prendo una torta apple crumble così buona che ancora me la ricordo.

Mentre sedevamo sui comodi divanetti della bakery a gustare le nostre torte, ci siamo messi a discutere su cosa fare nei giorni seguenti.
Una popolare meta secondaria per chi fa il circuito dell’Annapurna è il Tilicho Lake*, un lago che si trova a un paio di giorni di cammino e ad un’altitudine di oltre 4900 metri.
Eravamo tutti concordi che valesse la pena deviare per andare a visitarlo, ma c’era da tenere in considerazione il meteo: la finestra di bel tempo che ci aveva graziato negli ultimi due giorni (anche troppo! Io mi ero quasi scottato su gambe e avambracci!) sembrava destinata a chiudersi presto e, se il meteo fosse peggiorato, saremmo potuti restare bloccati prima del passo di Thorung La.
Decidere di andare a Tilicho avrebbe potuto dunque significare trovare chiuso il passo per un tempo indefinito e, nel peggiore dei casi,dover tornare indietro da dove ce ne eravamo arrivati senza completare il circuito.

La discussione è proseguita a cena, nella grande sala ristorante dell’albergo.
Luca e Samantha, seduti al tavolo dietro al nostro, non potevano rischiare di restare bloccati al passo, perché avevano il volo di rientro dopo pochi giorni. Avevano comprato una schedina per attivare un servizio che garantisce la connessione a internet anche nelle zone più remote, e ci davano costanti aggiornamenti sui bollettini meteo.
Abbiamo così scoperto che tutto sommato l’unico giorno con condizioni proibitive sembrava essere di lì a 4 giorni. Se fossimo andati al Tilicho Lake avremmo affrontato il passo il giorno seguente, il quinto, quindi ci siamo convinti che la deviazione fosse fattibile.

È a questo punto che nella conversazione si è inserito Liam, un ragazzone italo-irlandese seduto nel tavolo accanto, chiedendo se potesse unirsi a noi.
Liam fa parte di un gruppo in cui c’è anche Dave, il ragazzo inglese che abbiamo conosciuto ieri a Braga che era stato ad Ice Lake il giorno prima di noi.
La sua compagnia è bloccata a Manang per far riprendere la ragazza di Dave, che ha subito gli effetti dell’altitudine uniti probabilmente a un’intossicazione alimentare, che ancora non si è ripresa.
La prospettiva di stare altri due giorni fermo a Manang non lo alletta, e ha chiesto alla sua guida nepalese, Ripa, il permesso di unirsi a noi per qualche giorno mentre andiamo a Tilicho Lake, per poi riunirsi con il suo gruppo a Yak Kharka, l’avamposto in cui il sentiero che torna dal lago si ricongiunge a quello per il passo.
Ripa, una guida decisamente accomodante, ha approvato il piano e quindi ora Liam e Ryan, un ragazzo irlandese parte dello stesso gruppo, sono dei nostri!

Sembra che inoltre domani su uniranno a noi due ragazzi australiani, che stanno facendo il circuito in bicicletta, e Fred, una specie di leggenda: dorme in tenda e si cucina i pasti con un fornellino, cosa atipica per un sentiero così ben servito da strutture ricettive, e invece di camminare con bastoncini da trekking come tutti noi si appoggia a un’asta di bambù che ha raccolto il primo giorno.

* Se lo cercate su internet potreste leggere che è il lago più alto del mondo. Ma se poi chiedete a google quale sia il lago più alto del mondo, probabilmente questo vi risponderebbe che è il lago Titicaca, che però è un’altitudine di soli 3812 metri. Chi ha ragione? Beh, il Titicaca è il lago navigabile più elevato, il Tilicho è più piccolo ma più in alto.
Peraltro ora si è scoperto che c’è un altro lago in Nepal più in alto del Tilicho, ma un po’ più piccolo.
Boh, credo ci sarà sempre un laghetto un po’ più piccolo ma un po’ più in alto di quello che detiene il record, e questo è un grande insegnamento.

Strava

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Un post in cui cito due volte il Natale senza alcun motivo

Mi sono svegliato prestissimo, verso le 5:30, perché iniziava ad albeggiare.
Finalmente il cielo era limpido, e davanti a noi si poteva ammirare il massiccio dell’Annapurna.
Dopo tre giorni di nuvole e pioggia l’eccitazione era palpabile tanto che Jack, svegliatosi poco dopo di me, scende subito dal letto e si dirige fuori ad ammirare il panorama con la stessa velocità di un bimbo la mattina di Natale che corre a scartare i regali.
Facciamo una breve passeggiata per il paese per cercare il miglior punto panoramico, e rientriamo in guest house per colazione verso le 8.

La prima parte del cammino di oggi è piacevolmente pianeggiante. Siamo ancora all’ombra delle montagne, e l’aria mattutina a 3000 metri è frizzantina, ma il sole promette di arrivare presto a scaldarci quindi parto fin dall’inizio indossando solo maglietta e pantaloncini.
In un tratto di boscaglia incontro una coppia di tedeschi con una guida. I due sono bardati di abiti tecnici dalla testa ai piedi: pantaloni lunghi, giacca a vento, guanti e berretto. Credo che io mi vestirò così solo a 5000 metri.
Mi guardano stupiti e mi chiedono se io abbia caldo. Io chiedo loro se hanno freddo.
Un breve scambio di battute in cui faccio notare che sia strano che siano proprio loro, tedeschi, ad avere così freddo, e me li lascio alle spalle.

Quando esco dalla boscaglia il sentiero si ricongiunge brevemente alla famosa strada carrozzabile che arriva fino a Manang. In uno spiazzo c’è un lungo muretto pieno di ruote di preghiera e qui affluiscono numerosi trekker (chi dal sentiero come noi proveniente da Upper Pisang e chi dalla strada proveniente da Lower Pisang).
È un punto di riposto strategico perché da qui, subito dopo un ponte sospeso, parte una lunga ed estenuante salita che procede a zigzag a tratti sempre più brevi, disegnando una specie di albero di Natale sul fianco della montagna.

Verso le 9:30, mentre stiamo procedendo sulla lunga salita, ci imbattiamo in una tea house strategicamente posizionata sul sentiero. Vendono dell’ottima torta di mele e c’è un sacco di gente allegra. Ci fermiamo per una merenda e stiamo brevemente a chiacchierare seduti sul tetto della struttura.
Quando ripartiamo, verso le 10:00, scopriamo che eravamo a solo 10 minuti di cammino dalla cima: una bella sorpresa!
Arriviamo così a Ghyaru (3670 m), dove c’è un monastero buddista che si affaccia sulle montagne, fungendo un po’ da punto panoramico per noi turisti.
Qui ritroviamo numerose persone incontrate nei giorni precedenti e facciamo nuove conoscenze.
C’è Michael, un olandese sulla quarantina dai tratti orientaleggianti, che ci spiega il significato delle stupe e delle ruote di preghiera.

Jack, col berretto verde, mentre Micheal gli spiega il Buddismo

Io, Jack e Maaike ci rimettiamo in cammino e arriviamo fino Ngawal (3657 m, sì un bel tratto pianeggiante) dove ci fermiamo a pranzare in una guest house all’inizio del villaggio.
Lasciati alle spalle i giorni di pioggia, oggi per la prima volta possiamo sederci al sole a mangiare. Proprio quando stiamo per ripartire arrivano, ancora una volta, Luca e Samantha.
Attraversiamo Ngawal, molto bello e con un bellissimo albero in una piazzola nel centro del paese. Appena fuori sbagliamo per la prima (e unica) volta direzione, ma ce ne accorgiamo in fretta e correggiamo la rotta.
Il motivo dell’errore è che non ci aspettavamo che da qui il sentiero iniziasse a perdere quota velocemente, scendendo lungo una larga strada carrozzabile cementata.

L’albero al centro di NgawalLa strada che droppa insensatamente

Ci troviamo così qualche centinaio di metri più in basso del paese in una bellissima vallata quasi desertica.
Da quello che ho capito quest’area si trova in una zona secca creata dalla presenza del massiccio dell’Annapurna, che blocca le perturbazioni piovose sul versante opposto.
È un bel cambio di scenario rispetto alla giungla di qualche giorno prima. Jack mi riferisce che qualcuno gli ha detto che il circuito dell’Annapurna è anche noto come “Trekking delle quattro stagioni” per l’ampia varietà di climi che si incontrano.
Il sole picchia forte e ho quasi il timore di finire l’acqua (cosa che una volta mi è successa, anche se da questo post non si percepisce davvero il dramma che ho passato), ma riesco a farmela bastare fino all’arrivo a Braga (3360 m), obiettivo della giornata.

Sono le 15 quando posiamo i nostri zaini in una guest house proprio all’inizio del villaggio.
Lavo me e i miei vestiti e mi siedo sulla grande terrazza che dà sulla strada da cui siamo arrivati, per accogliere in paese tutti gli amici conosciuti lungo il sentiero, tra cui il gruppo dell’Intrepid che ci supera dirigendosi a Manang.

Manang è una vera e propria città per gli standard della regione, al pari di Chame se non addirittura di più vista l’importanza che ricopre per via della sua posizione. La lunga strada carrozzabile termina là, e questo è l’ultimo grande insediamento prima del passo, punto di passaggio obbligato e dove è consigliato passare un giorno di acclimatamento.
A Manang le guest house sono veri e propri alberghi, dotati di qualche comfort in più rispetto ai paesini che ho visitato finora.
Durante il giorno di acclimatamento si consiglia di non stare fermi in città, ma di fare una gita a una quota più elevata per poi tornare a dormire ad un’altitudine più bassa.
È più o meno quello che abbiamo intenzione di fare noi, ma invece di passare due notti a Manang abbiamo deciso di passare la prima qui a Braga, che è praticamente una sua estensione e si trova più o meno alla stessa altitudine.
Per la giornata di domani il nostro programma è di lasciare qui gli zaini e salire leggeri ad Ice Lake, un laghetto a 4600 m. Una volta tornati giù e recuperati i nostri averi ci dirigeremo alla grande città, che da qui dista solo una ventina di minuti.

Tutto questo excursus sui comfort di Manang e dintorni per dire che Io, Jack e Maaike ceniamo con tre giganteschi cheeseburger vegetariani accompagnati da patatine fritte. Una cena incredibile e decisamente meritata.
Mentre stiamo festeggiando allegri c’è un ragazzo inglese, Dave, che ordina solo un piatto di patate bollite scondite da portare in camera a sua morosa.
Loro sono saliti oggi ad Ice Lake e hanno avuto un’esperienza abbastanza terribile: c’era molta neve fresca caduta nei giorni precedenti che ha reso la salita lunga e tediosa. La ragazza ha iniziato ad accusare i sintomi dell’altitude sickness e sono dovuti tornare indietro.
Che dire, un’ottima premessa per quello che ci aspetta domani!

Uno yak che vi saluta e vi dà appuntamento a domani!

Qui come al solito Strava.

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È previsto che si vedano delle montagne in questo trekking sulle montagne?

La sera precedente aveva iniziato a piovere, e al mio risveglio non aveva ancora smesso, né accennava a farlo.
Visto che sembrava ci sarebbe stata una finestra di miglioramento il giorno successivo, ho preso brevemente in considerazione la possibilità di accorpare due giorni di cammino in uno per la giornata corrente (in cui tanto mi sarei bagnato in ogni caso), per trovarmi così nella zona più panoramica il giorno seguente, quando ci sarebbe stato sereno.
Questo però avrebbe significato inanellare la terza lunga giornata di cammino di fila, e onestamente iniziavo ad aver voglia di smorzare i ritmi.

Decido quindi di prendermela comoda, e dopo aver lasciato la mia terribile guest house mi fermo a quella di Luca e Samantha per un saluto.
Scopro che anche Lara ha alloggiato qui con il suo gruppo, e ci sono anche una ragazza olandese e un ragazzo inglese che si accinge a camminare sotto la pioggia con dei pantaloncini cortissimi.
Un sacco di gente insomma! Molto meglio della mia guest house dove ero praticamente solo.
I gestori della guest house sono molto gentili, mi offrono una tazza di tè e mi consigliano dove alloggiare ad Upper Pisang, il paese dove sono diretto oggi.
Qui funziona così: ogni guest house ti consiglia la successiva, magari gestita da un cugino o un amico. A volte grazie a questa serie di raccomandazioni si riesce anche a ricavare qualche sconto.

Poco dopo la partenza, ufficialmente alle ore 9, decido di imitare il ragazzo inglese e mettermi i pantaloni corti.
Arrivo in poco tempo a Bhratang (2850 m). Sarebbe presto per una sosta ma c’è un baracchino triangolare che vende esclusivamente prodotti a base di mele, coltivate in loco: come si fa a non fermarsi?
Dentro incontro infatti alcune facce note e faccio nuove conoscenze.

Il sentiero prosegue in un bel tratto scavato nella roccia e, dopo un ponte, si separa dalla strada per addentrarsi nel bosco.
Mi sto avviando verso quota 3000 metri e il paesaggio forestale ha fatto spazio a quello alpino. Il bosco di abeti avvolti dalla nebbiolina unito al suono della pioggia rendono questo tratto particolarmente suggestivo.

Appena raggiunti i 3000 metri inizio a sentirmi leggermente affaticato. Inizia inoltre a fare freddo e la pioggia si trasforma in nevischio.
Decido di fermarmi nella prima guest house di Dhukure Pokhari (3060 m), un paesello che mi si para davanti quasi all’improvviso.

Decido di ordinare una zuppa all’aglio, che in teoria dovrebbe aiutare a mitigare gli effetti dell’altitudine.
Mentre mangio arriva la coppia ragazza olandese/ragazzo inglese che avevo conosciuto quella mattina e si uniscono a me.
Scopro che avevo scritto a Jack, il ragazzo inglese, su facebook qualche giorno prima, quando ancora cercavo compagni di trekking con cui dividere il costo della guida.
Neanche se ci fossimo dati appuntamento ci saremmo trovati con così tanta precisione sul sentiero.
Quindi pare che mi unirò a Jack e Maaike!
Io e Jack ci dividiamo un pane nepalese a suggellare il patto, e ci diamo appuntamento ad Upper Pisang (loro devono ancora mangiare mentre io ho già finito).
Mentre riparto ancora una volta incontro Luca e Samantha che sono appena arrivati. Anche loro vanno ad Upper Pisang quindi ci rivedremo ancora.

L’ultimo tratto di sentiero si apre in un’ampia vallata pianeggiante, ma Upper Pisang è arroccata su un lato di una montagna, e per raggiungere la guest house c’è da fare un po’ di salita.
Essendo il primo ad arrivare mi accaparro la stanza migliore, con finestre sui tre lati e rivolta proprio di fronte all’Annapurna (che ancora non sono riuscito a vedere a causa del meteo), che più tardi dividerò con Jack.
I gestori della guest house mi offrono un buonissimo tè allo zenzero di un denso colore arancione.

Quando arrivano Jack e Maaike divido con il primo un piatto di MoMos, una specie di ravioli, per merenda e poi andiamo a visitare il monastero che sormonta il paese.

Upper Pisang

Upper Pisang si trova a un’altitudine di 3300 metri.
Anche se ho ancora il dubbio su quale sia il posto più alto che abbia mai raggiunto, sono abbastanza certo che questa sia l’altitudine più elevata a cui dormirò.
Ma da oggi in poi ogni giorno sarà un nuovo record.

Uno Yak che vende STD

Qui Strava.

 

Sembrava tutto finito ma quando eravamo già andati a dormire siamo stati svegliati da un gran trambusto nella guest house: un gruppo di nepalesi tamarrissimi è arrivato in ostello per le 22 dopo essersi fatto portare in jeep fino a Chame. Sono un po’ degli spacconi e puntano a completare il trekking in pochissimi giorni.

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Il mondo è fatto a scale

L’aria secca che ha soffiato durante la notte è riuscita ad asciugare i vestiti che avevo appeso fuori dalla mia stanza, che raccolgo alle 7:30, poco prima di incamminarmi assieme a Luca e Samantha.
Passando per il centro del paese, ci imbattiamo nel primo checkpoint del circuito. Un’agente della polizia locale controlla i nostri documenti e i permessi di trekking, ma non chiede nulla riguardo alla guida.

Viste le tempistiche serrate di Luca e Samantha, il loro viaggio è un po’ più organizzato del mio, e Luca ha sul suo telefono una mappa dettagliata del circuito.
Secondo questa mappa il sentiero dovrebbe proseguire sulla nostra sponda del fiume e ricongiungersi con la strada molti chilometri più a monte, ma appena giunti fuori dal villaggio ci rendiamo rapidamente conto che quel sentiero non esiste più, è stato lavato via da una piena.
Ci sono effettivamente molti lavori di ricostruzione in corso in questa vallata. A quanto pare nel 2021 c’è stata una grossa alluvione e i danni si vedono ancora. Sembra un po’ di essere in Cadore dopo la tempesta Vaja.

Si inizia a vedere qualcosa là in fondo!

Dopo aver attraversato il fiume su un ponte posticcio per ritornare dal lato della strada, mi separo da Luca e Samantha che camminano più lentamente di me. In teoria dovrei rivederli stasera perché anche loro hanno intenzione di spararsi un’altra lunga giornata di cammino e raggiungere Chame, uno dei paesi principali del circuito, che si trova a 25 chilometri di marcia.

La prima parte della giornata procede tranquilla: le pendenze sono dolci e ci sono delle cascate carine a lato della strada.
Arrivato a Dharapani (1860 m) la vallata si congiunge con un’altra, proveniente dalla regione del Manaslu e da dove partono altri sentieri di trekking. Un’opzione popolare per chi ha molti giorni a disposizione è fare il trekking del Manaslu per poi congiungersi qui al circuito dell’Annapurna.
Questa convergenza di sentieri significa che mi imbatto in un nuovo checkpoint, dove però ancora una volta non fanno cenno alla necessità di una guida.

Mi fermo per un tè in una splendida guest house a lato strada appena prima di Bagarchhap. Sono a quota 2160 metri, quasi esattamente quella del mio amato Rifugio Telegrafo sul Monte Baldo.
Il posto è carino e hanno un wifi velocissimo, mi fermo per circa 40 minuti e proprio quando mi accingo a ripartire arrivano Luca e Samantha.
Faccio un altro tratto di strada con loro, ma ci separiamo presto.

Scale
Scale
Ancora scale

Il sentiero si separa dalla strada dopo un portale colorato, e inizia a salire attraverso la foresta tramite una serie di ripidi scalini.
È molto ripido e faticoso, ma bellissimo.
Dopo aver guadagnato velocemente 500 metri di altitudine il sentiero prosegue in piano fino a un ponte tibetano che lo collega a Timang (la mia cartina dice 2270 m, ma il mio altimetro segna 2640. Decido di iniziare a segnare i numerosi errori che riscontrerò sulla cartina…).
Mi fermo per pranzo e anche qui il wifi è incredibile e quindi chiamo a casa per un saluto.
Proprio quando sto per ripartire, per puro caso, Samantha entra nella guest house.
La salita si è rivelata troppo dura per lei, tanto che ha avuto un attacco di panico e ha chiesto un passaggio su una jeep.

Da Timang parte una bella sezione di sentiero tra campi e villaggi. Si scende e si risale un poco per attraversare un ponte sospeso, ma per il resto è perlopiù pianeggiante.
Raggiungo così Koto (2530 m), un villaggio che è praticamente un’estensione di Chame.
Qui c’è un altro checkpoint dove incontro Lara, una ragazza tedesca conosciuta in ostello a Kathmandu. Era partita per il circuito due giorni prima di me, ma l’ho già ripresa.
C’è anche un venditore che offre delle samosa buonissime, e un capannello di locals che sta giocando a carrom, gioco con cui sono familiare grazie al Tocatì.
Proseguo fino a Chame (2600 m) che per gli standard del sentiero è una vera e propria città. C’è perfino un negozio dove i prezzi, nonostante l’altitudine, sono bassi come a Kathmandu.
Scelgo a caso una guest house ma oggi mi va male: la doccia è fatiscente e non ho il bagno in camera (ormai mi ero abituato bene). In camera manca la corrente e mi vedo costretto a ripiegare sulla mia powerbank.
Luca e Samantha, che hanno pianificato tutto nei minimi dettagli, sanno tutte le guest house migliori sul percorso e giustamente vanno in un’altra. Purtroppo io mi ero già sistemato nella mia stanza quindi mi tocca restare lì.

Altre scale

Qui Strava anche se appena partito ha fatto un po’ le bizze.

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Una banconota da 0,035 euro

Il circuito dell’Annapurna, se affrontato in senso antiorario come fanno praticamente tutti me compreso, parte da un’altitudine di circa 800 metri per arrivare gradualmente fino ai 5416 metri del passo di Thorung La.
Questo fa sì che si attraversino praticamente tutte le fasce climatiche che si studiano a scuola.
Alla quota iniziale il clima è quello tropicale, caratterizzato da verde vegetazione lussureggiante. Tutto attorno a me le colline erano terrazzate e sfruttate per la coltivazione.
Non sono riuscito a capire esattamente cosa si coltivi ma diciamo che parevano delle risaie.
Man mano che si prosegue lungo il percorso poi, ci si allontana gradualmente dalla civiltà, e ogni paese è un po’ più spartano del precedente. I prezzi salgono con l’altitudine, perché più si va in là più è costoso il trasporto.
Negli anni però la strada carrozzabile si è spinta sempre più in là, tanto che ora arriva fin dopo Manang, uno degli insediamenti più grandi sul circuito, appena due giorni prima del passo.
La presenza della strada fa anche sì che molta gente scelga di farsi trasportare in jeep sempre più avanti, accorciando la lunghezza del circuito secondo le sue esigenze. C’è chi arriva perfino a farsi portare in jeep fino a Manang per poi percorrere praticamente solo il passo. Una pratica sconsigliabile perché non consente al corpo di acclimatarsi adeguatamente all’altitudine, oltre che a evitare gran parte delle bellezze del sentiero.

Finalmente ci siamo!
Mesi di attesa (tanta) e pianificazione (poca) ma finalmente ci siamo!
Sveglia alle 7 e niente altro da fare che camminare per tutto il giorno!

L’ambizioso obiettivo della giornata è Tal (1700 m), un paese a circa 30 km da dove mi trovo.
Tutti i locals che incontro lungo il sentiero mi dicono che è “not possible” (la parola possible va forte da queste parti) ma tanto che altro ho da fare? E in caso se mi stanco mi fermo prima, non vedo problemi.
Consumo un’abbondante colazione che non riesco nemmeno a finire, faccio lo zaino e parto.
Il meteo non è dei migliori, il cielo è coperto, minaccia pioggia e soprattutto non si riescono a vedere le montagne. Pare sarà così almeno per i prossimi due giorni.

Dopo pochi chilometri incontro i primi trekker che come me percorrono il circuito. Sono una coppia di tedeschi sulla cinquantina in condizioni pietose. Hanno guida e porter al seguito ma stanno arrancando sudatissimi su un breve tratto in salita. Non li vedo bene per i giorni a venire, ma sospetto non si spingeranno fino al passo.

Verso le 9 arrivo a Bahundanda (1310 m), dove vengo accolto da un local di nome Simon che mi invita a casa sua a prendere un tè, che mi viene servito nella stessa tazza che ho a casa!
Dopo una breve sosta mi rimetto in cammino e poco dopo raggiungo un folto gruppo di americani che avevo visto lasciare la tea house di Simon proprio mentre arrivavo.
Sono circa una ventina e fanno parte di un tour organizzato: hanno un paio di guide e dei porter che li precedono. D’ora in poi saranno noti come “Gruppo dell’Intrepid”, dal nome della compagnia viaggi. L’età è abbastanza eterogenea e procedono a passo abbastanza lento. Percepisco una certa frustrazione nella guida, che immagino camminerebbe molto più velocemente.

Un bell'albero appena dopo Bahundanda

Li supero in allegria mentre inizia a piovere, ma poco dopo averli superati mi trovo a un bivio.
Di fronte a me la strada carrozzabile procede diritta, mentre alla mia sinistra si inerpica un ripidissimo sentiero.
Mi giro verso la guida dell’Intrepid, appena dietro di me, e gli indico il sentiero a sinistra con aria interrogativa. Lui mi fa cenno di andare dritto. Una scena che mi ha ricordato questa.

In generale scoprirò che in questa prima parte le indicazioni del sentiero sono abbastanza confusionarie. Tendenzialmente si dovrebbe seguire la strada ma ogni villaggio vicino punta ad attrarre i trekker facendoli passare in mezzo alle sue abitazioni. Il risultato è che seguendo le indicazioni a lato strada si finisce a fare uno zig zag infinito tra i vari villaggetti allungando parecchio il percorso e aggiungendo inutile dislivello, visto che spesso sono posti anche più in alto della strada.
In una di queste insensate deviazioni incontro un ragazzo spagnolo che non ha l’aria di passarsela troppo bene. Ha avuto un’intossicazione alimentare qualche giorno prima e ora ha davvero poche energie per camminare. Gli offro cibo e medicine ma dice che è a posto così.

Poco prima di Chamje (1430 m), uno dei principali villaggi che incontrerò oggi e quello che mi era stato proposto come obiettivo realistico per la giornata, mi fermo nei pressi di una grande cascata.
Questa pare essere una vera e propria attrazione turistica e attorno sono stati costruiti due o tre ristoranti con terrazza panoramica.
Mi fermo per una tazza di tè e nella mia breve permanenza ho modo di assistere a un gran via vai di gente, praticamente tutti in jeep e di ritorno da Manang.

Mi rimetto in cammino e entro a Chamje.
Sono solo le 14, quindi non avrebbe senso fermarsi qui.
Faccio però una piccola sosta a un emporio per acquistare una pomata alla vasellina visto che l’umidità unita allo sfregamento sta iniziando a irritarmi le cosce.
Poco dopo incontro Luca e Samantha, due italiani come me diretti a Tal.
Chiacchieriamo un po’ e scopro che lavorano per un’agenzia di viaggi, cosa che gli consente spesso di staccarsi per brevi periodi e andare a testare i loro prodotti. Sono in Nepal per sole due settimane e hanno un programma molto serrato per terminare il circuito in tempo per il volo del ritorno.
Visto che oggi sono pazzo e vado velocissimo ci diamo appuntamento a Tal e vado avanti.

L’ultimo tratto di strada è molto suggestivo: è scavato nella roccia e si inerpica tortuosamente sul lato della montagna.
Dopo qualche curva sono in grado di vedere Luca e Samantha molto più in basso. Mentre li sto salutando noto ai miei piedi una banconota da 5 rupie!
Sapevo che avrei trovato soldi per terra anche qui in Nepal, ma non pensavo sarebbe successo così velocemente!
Quelle 5 rupie valgono comunque meno della carta su cui sono stampate, quindi saranno solo un bel souvenir.

Il primo avvistamento del villaggio di Tal

Il villaggio di Tal è situato sul lato opposto della vallata rispetto alla strada su cui mi trovo.
Tra di noi c’è un fiume che finora ho dimenticato di menzionare ma c’è sempre stato e mi accompagnerà praticamente fino al passo, quando sarò in prossimità della sua sorgente.
Per raggiungere il villaggio devo quindi dipartire dalla strada e scendere per un ripido e scivoloso sentiero che porta a un ponte tibetano.
Arrivo per le 16. I paesini lungo il circuito sono composti quasi esclusivamente da guest house per turisti, dove vivono anche le famiglie che le gestiscono.
Ogni volta che si entra in paese è quindi necessaria una breve ricognizione per trovare la migliore offerta. Non avendo però praticamente nessun metro di confronto, mi limito a superare le primissime guest house all’ingresso del villaggio perché mi è stato detto che tendenzialmente sono quelle che costano di più.
Faccio una rapida doccia e do una lavata alla mia maglietta, anche se visto il meteo temo che mai si asciugherà, e lavato e profumato mi dirigo all’inizio del paese per accogliere Luca e Samantha, che arrivano poco dopo e si fermano alla mia Guest House.

Per la sua posizione infossata in fondo alla valle Tal è abbastanza tagliata fuori dalle comunicazioni: il telefono non prende e nella mia guest house il wifi non va (a dire degli abitanti si è recentemente rotto il ripetitore che serve l’intero villaggio).
Non è una tragedia eh, ma fortunatamente Samantha si offre di farmi da hotspot (per qualche motivo lei ha campo) e riesco a mandare un messaggio a casa per dire che sono ancora vivo.

Qui il percorso su Strava, sponsor di questo viaggio.

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Dita mielose

Il punto di partenza dell’Annapurna Circuit è Besisahar, un insediamento di 15mila abitanti distante circa 170 km da Kathmandu. La distanza è all’incirca quella che separa Verona da Milano, ma la pressoché totale assenza di strade asfaltate fa sì che siano necessarie almeno 7 ore per raggiungerlo.

L’autobus locale diretto a Besisahar partiva alle 7:30 dalla stazione di Gongabu, a 40 minuti a piedi dal mio ostello. Dopo aver dormito 3 ore ed essermi svegliato alle 6 mi sono incamminato verso la caotica stazione dei bus, che ho raggiunto verso le 7.
Qui, chiedendo un po’ in giro, sono riuscito velocemente ad individuare il bus giusto, che era già quasi pieno e pronto a partire.
Facendomi strada fra bauli e valigie che occupavano tutto il corridoio centrale sono arrivato all’ultima fila di posti, che ancora era libera. Mi sono seduto accanto al finestrino, pensando che mi sarei potuto appoggiare alla parete per dormire più comodo, come faccio quando sono in aereo. Ero ovviamente un ingenuo, perché non avevo tenuto conto di quanto il viaggio sarebbe stato traballante.
L’intero bus era occupato da nepalesi, salvo una ragazza francese salita appena dopo di me che si è seduta nella fila davanti alla mia.
Si chiamava Coralie, era identica a Jennifer Lawrence e si è presentata a me offrendomi una merendina al cioccolato. Miglior modo di presentarsi ever.
Coralie stava andando in un paesino chiamato Chiti per fare un mese di volontariato in una scuola.

Partiamo e mi rendo velocemente conto che sarà impossibile dormire. Sono strettissimo e il bus continua a sobbalzare. C’è pure una vite che spunta dal finestrino che minaccia di farmi un taglio in fronte se dovessi provare ad appoggiarmi.
Ah, c’è di più! Proprio sopra di me c’è lo speaker dell’impianto radio del bus, che spara a tutto volume la stessa canzone nepalese in loop.
Chiacchiero un po’ con Afson, un ragazzo nepalese di 17 anni che sta tornando a casa per il matrimonio del fratello, e poi cerco di dormire ascoltando un po’ di musica (diciamo che cerco di coprire con i miei auricolari la musica che mi viene blastata in testa dall’impianto del bus).

Alla prima pausa del bus ho la grande intuizione di prendere il mio zaino, al momento appoggiato nella fila centrale del bus, e di appoggiarlo sulle ginocchia. In questo modo sono ancora più incastrato di prima, ma almeno riesco ad appoggiarci sopra la testa e a dormire un po’.
Quando ci fermiamo per pranzo sono così provato dagli scossoni che ordino solo una coca cola, perché ho paura che qualsiasi cosa dovessi mangiare finirei per vomitarla.
Nel frattempo, di fronte a me, Coralie si mangia un intero piatto di Dal Bhat facendo pure il bis. Incredibile.

Dopo aver cambiato autobus e salutato Coralie, arrivo a Besisahar (760 m) alle 16:30. Il bus ha sobbalzato così tanto che, nonostante io sia stato seduto tutto il giorno, il mio contapassi segna più di 23mila passi.
Ho ancora un paio d’ore di luce e decido di mettermi subito in cammino per riprendermi dal viaggio.

L’obiettivo è raggiungere Bhulbhule (840 m), il primo villaggio sulla via.
In totale assenza di cartelli che mi indichino la giusta direzione, mi incammino sulla strada che ritengo essere corretta.
La strada qui è ancora larga e carreggiabile, e a un certo punto passa anche in un breve tunnel scavato nella roccia. Questo pare essere il primissimo (e tuttora uno dei pochi) tunnel costruiti in Nepal, ha rivoluzionato la viabilità della vallata ed è un vero e proprio orgoglio locale. Queste cose le ho scoperte dopo, altrimenti gli avrei fatto una foto.

Un grosso sasso tondo

Sbucato fuori dal tunnel inizio a intravedere le prime case del villaggio. A lato della strada ci sono due signore a cui chiedo indicazioni su un posto dove dormire. Una di loro si alza e mi fa cenno di seguirla.
La signora mi conduce fuori dal villaggio e non accenna a fermarsi. Non parla inglese ma mi fa capire che “ci siamo quasi”. La seguo per almeno mezz’ora mentre si fa sempre più buio.
Finalmente arriviamo nella guest house di suo figlio dove voleva condurmi.
Scoprirò la mattina dopo che seguendo la signora sono arrivato fino a Ngadi (930 m), il villaggio successivo a Bhulbhule.

Avendo saltato il pranzo e camminato per due ore e mezza ho molta fame, ordino quindi il famoso Dal Bhat e non vedo l’ora di scofanarmelo.
Peccato che il Dal Bhat cucinato dalla signora fosse una delle cose più piccanti che abbia mai mangiato. Ho dovuto centellinare il riso bianco, unica cosa dal sapore accettabile, per diluire la piccantezza delle verdure di contorno. La signora nel mentre ha l’ardire di chiedermi se volessi del peperoncino.

Il piccantissimo Dal Bhat

Prima di andare a dormire la signora mi chiede cosa voglio per colazione, e decido di ordinare pancake. Mi chiede se per caso ci volessi anche del miele, spiegandomi con orgoglio che lo producono in loco.
Ci tiene che io assaggi questo miele e intinge dunque le sue dita nel barattolo e poi me le porge.
Va specificato a questo punto che poco prima avevo visto la signora mangiare con le mani.
Però che fai? Rifiuti?
Quindi ciuccio le mielose dita della signora e la ringrazio pure.
Mentre lo faccio noto la faccia del Dalai Lama che mi sorride appesa alla parete.
Era di poche settimane prima la notizia di lui che si fa ciucciare la lingua dai bambini.

Dopo questo magico momento mi faccio una doccia, lavo la maglietta e me ne vado a dormire.

Qui il resoconto su Strava del primo giorno di cammino.

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Il Tempio delle Scimmie

Visto che ormai avevo ottenuto il permesso di trekking e il benestare del ministero del turismo per camminare da solo, non restava molto da fare a Kathmandu, città dove comunque sarei tornato tra un trekking e l’altro, cosa che mi permetteva di non dovermi preoccupare di vedere tutto e subito.
Mi ero comunque concesso un ultimo giorno in città per organizzare meglio la partenza del giorno successivo e ultimare i preparativi.

La maggior parte dei miei compagni di ostello erano viaggiatori a lungo termine che erano arrivati in Nepal dai paesi limitrofi. Come me erano qua per fare un qualche tipo di trekking, ma siccome erano in viaggio da molto tempo e provenivano da paesi con climi più tropicali non avevano al seguito la giusta attrezzatura per affrontare le montagne.
Essendo il mio viaggio (almeno in questo senso) più organizzato, avevo già con me tutto l’equipaggiamento necessario.
Restavano giusto giusto un paio di acquisti da fare prima di mettersi in cammino.

Mi sono unito a Lukas e Isac, due ragazzi che il giorno seguente sarebbero partiti per la regione dell’Everest e che dovevano procurarsi praticamente tutto il necessario.
Nei loro piani c’era anche quello di scalare Island Peak, una vetta di 6189 metri che però non presenta difficoltà tecniche ed è infatti classificata come “trekking peak”.

Come prima cosa ci siamo fermati in una farmacia, ossia un baracchino a lato strada dove, senza nessuna prescrizione, abbiamo acquistato delle pastiglie per purificare l’acqua e il leggendario Diamox, il farmaco che cura i problemi dovuti all’altitudine.
Di quest’ultimo c’è stato consegnato solo il blister con le pastiglie, senza nessun tipo di foglietto o indicazione. Su nostra richiesta il “farmacista” ci ha spiegato la posologia in un inglese spiccio e tanto è bastato.

Abbiamo quindi iniziato a girare i vari negozi di attrezzatura da montagna presenti nel Thamel.
Per me che sono patito di zaini et similia era davvero bellissimo, tant’è che ero lì a fare shopping pur non avendone effettivamente bisogno.
I negozi del Thamel propongono marchi famosi, ma palesemente contraffatti. Da quello che mi hanno spiegato ci sono tre livelli di qualità dei prodotti, con conseguenti variazioni di prezzo.
La fascia bassa costa poco ma si rompe subito, la fascia media dura forse il tempo di un trekking di due settimane mentre la fascia alta dicono sia pari al marchio originale (pur costando sensibilmente meno).
Nel primo negozio ho comprato un paio di guanti leggeri da usare sia come protezione dal sole sia come strato interno per i giorni più freddi.

A questo punto Lukas e Isac si sono resi conto che avevano bisogno di troppe cose e questi semplici negozi per turisti non facevano il caso loro.
Siamo dunque andati a Kalapatthar, un negozio segreto che invece di essere a livello della strada si trovava in cima a una stretta scala al secondo piano di un palazzo.
Qui c’erano stanze intere ricolme di motte di giacconi pesanti e sacchi a pelo alla rinfusa.
La rampa di scale che portava al terzo piano era anch’essa bloccata da una motta di sacchi a pelo, e in mezzo a loro ci stava un tizio che gestiva la cassa.
Nonostante fosse mezzo sepolto dai sacchi a pelo, il cassiere aveva a portata di mano qualunque cosa gli chiedessimo.
A me servivano un paio di ramponcini, perché apparentemente ne avrò bisogno per affrontare un passo lungo il giro dell’Annapurna, e lui ne ha immediatamente estratto un paio da sotto un sacco a pelo.
A Lukas serviva una torcia frontale, ed eccola apparire da uno dei gradini più in alto, delle mutande, eccole qua, e così via.

Dopo una breve sosta in ostello per depositare i nostri acquisti e per salutare Matteo e Roxane che tornavano in India, siamo andati a pranzo in un ristorante sul tetto di un palazzo vicino, da qui si poteva ammirare tutta la città.
Da lì ho potuto finalmente individuare il Tempio delle Scimmie, attrazione turistica di cui tutti mi parlavano ma che non avevo ancora avuto modo di visitare.
Nel pomeriggio ho dunque deciso di andare là assieme a Daniel, un ragazzo tedesco mio che stava nel mio ostello.
Dopo circa mezz’ora di cammino siamo arrivati ai piedi del tempio, che sorge in cima a una collina e a cui si accede da una lunga e sfiancante scalinata.
Che dire del tempio? Bello e colorato ed effettivamente pieno di scimmie molto carine.
In teoria da qui si dovrebbe godere di un’ottima vista sulla città, ma la foschia imperversa e tutto sommato era meglio la vista dal ristorante dove avevo pranzato poco prima.

Ritorno in ostello giusto in tempo per l’inizio di una nuova serata matta di festa da cui però decido di astenermi, memore della sbronza della sera prima.
Siccome però il giorno dopo avevo la sveglia alle 6 per andare a prendere l’autobus, e siccome in autobus puntavo a dormire il più possibile per non badare alla scomodità del viaggio, decido che la cosa migliore da fare sia quella di andare a dormire il più tardi possibile, in modo da avere sonno arretrato da smaltire il giorno dopo. Mi unisco quindi al gruppo festaiolo, senza però bere.
Ci rechiamo per prima cosa al Gothic Rave Bar, un posto che però si rivela non essere né Gothic né rave. In teoria dovrebbe esserci un karaoke con live band, ma Brock, il capo della nostra compagnia, uno che vive la sua vita al 1000%, decide che la situazione è troppo smorta e che ci dobbiamo spostare.
Ci dirigiamo quindi al Rock Bar, un posto enorme e incredibile. Una specie di sala da concerti da almeno un migliaio di posti con però anche delle grandi balconate con tavoli da birreria pieni di gente.
Quando entriamo, da un ingresso posto sotto al palco, c’è una band locale che si sta esibendo. Molto bravi.
Verso le 2 il concerto finisce e metà del nostro gruppo torna in ostello.
Per me è ancora troppo presto per il mio piano di accumulo sonno, me ne vado quindi con i restanti in un altro locale.
Ormai però non resta molto da fare in giro quindi verso le 3 io e Rachel, una bionda ragazza inglese che dorme nella mia stanza, ce ne torniamo in ostello a dormire.
Da quel che mi ricordo anche lei era in partenza il giorno dopo, per andare però in zona Everest a fare il trekking dei Tre Passi.
Saluto e vado a dormire.

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