Mi sono svegliato alle 3 di notte perché dovevo andare in bagno a fare la cacca.
Ho pensato che tutto sommato era normale, visto che con la levataccia del giorno prima non ero riuscito ad andarci e ora si era accumulata.
Invece era diarrea.
Sono tornato in bagno altre tre volte.
Alla quarta, verso le 5 del mattino, vomito pure tutto il dal bhat della sera prima.
Torno a letto ma ogni mezz’ora devo tornare al bagno perché la faccenda non accenna a fermarsi. Alle 7 vomito ancora (proprio mentre suona la sveglia sul mio orologio).
Scopro che anche Liv sta avendo i miei stessi problemi. Cancelliamo la colazione e passiamo tutta la mattina in camera. Lei riesce a dormire, io no.
Siamo praticamente certi che la colpa sia del dal bhat della sera prima, consumato in questa stessa guest house. Decidiamo quindi che non possiamo restare qui un’altra notte, e verso le 15:30 ci mettiamo in cammino per spostarci nel paese successivo.
Sono solo 3 km in piano, ma sono durissimi.
Considerando che ieri avevo saltato colazione e pranzo, e che la cena l’ho vomitata, sono quasi due giorni che non mangio.
Arriviamo nel nuovo lodge e ci buttiamo subito a letto.
Verso le 18 ceniamo con una zuppa di verdure e alle 19:30 torniamo a dormire.
Ho dormito per 12 ore, una delle migliori dormite di sempre.
Oggi ho mangiato minestra
Sono solo tre chilometri ma è comunque stato il primo giorno di cammino di questo nuovo trekking, quindi ecco Strava.
Il principale punto di appoggio per la maggior parte delle spedizioni nella regione dell’Everest è Lukla, un paese dove si trova uno dei pochi aeroporti della zona. Per la conformazione montuosa del Nepal è generalmente difficile trovare uno spazio adatto alla costruzione di una pista di atterraggio, e in particolare in questa regione ci si è dovuti ingegnare per trovare un luogo adatto. Il risultato è un piccolo aeroporto a 2800 metri di altitudine con una breve pista di atterraggio di circa 500 metri incastrata tra uno strapiombo e una parete rocciosa. La pista è inclinata per favorire l’accelerazione e decelerazione degli aerei. È noto come l’aeroporto più pericoloso del mondo, attributo che però è stranamente visto più come un vanto che come un demerito. Io stesso ero tutto sommato curioso di provare l’esperienza dell’atterraggio a Lukla, e prima della partenza dall’Italia non mi ero informato su altre opzioni. Del resto il paesino di Lukla non è collegato alla rete stradale, e raggiungerlo a piedi richiede circa 3 giorni di cammino dalla strada più vicina. Il pericoloso collegamento aereo fa dunque risparmiare quasi 4 giorni di viaggio (il trasferimento in macchina iniziale più i tre giorni di cammino).
Quando mi ero informato sul costo del biglietto avevo però capito male, e avevo interpretato il prezzo di circa 180 euro come tariffa andata e ritorno. Parlandone con Liv ho scoperto che però la tariffa era di sola andata, e abbiamo entrambi convenuto che non avevamo decisamente voglia di spendere i 360 euro totali. Siccome entrambi avevamo più tempo che soldi da spendere, 4 giorni di trekking in più non rappresentavano un grosso problema. Ci siamo dunque orientati per raggiungere Salleri, l’ultimo paese collegato alla strada, in jeep, riservandoci l’opzione di prendere il volo da Lukla per il ritorno. Un piano che ci permetteva di non farci mancare nulla: 4 giorni di cammino in più senza dover necessariamente rinunciare all’esperienza del peggior aeroporto del mondo.
Ci siamo svegliati alle 3:40 e abbiamo raggiunto la Jeep che ci aspettava poco fuori dal quartiere di Thamel. Appena avvistato il mezzo ho esclamato “shotgun!”, la parola che è universalmente riconosciuta per riservare il posto di guida davanti, ma Liv mi ha ignorato e si è presa il sedile prediletto prima di me.
Mi sono dunque sistemato sulla prima delle due file di sedili posteriori. A ben vedere non c’erano sedili singoli, ma solo due larghe panche imbottite e senza interruzioni.
La prima ora l’abbiamo passata a raccattare in gente in giro per Kathmandu, peraltro senza allontanarci troppo dal punto di partenza, cosa che mi ha un po’ scocciato perché avremmo potuto dormire un’ora in più…
Le prime due persone si sono accomodate a fianco a me, così quando è stato il momento di caricare un ulteriore passeggero mi aspettavo che questo si sarebbe seduto sulla fila dietro.
Invece con mio grande stupore e sconcerto questa persona ha deciso che doveva sedere anche lui nella fila dove eravamo già in tre.
Quindi mi sono trovato in questa surreale situazione in cui eravamo in quattro persone schiacciate su una fila con dietro un altra fila di sedili completamente libera.
Inizia il viaggio e in realtà si scopre che il posto davanti conquistato da Liv non è poi così comodo come ci si aspetterebbe: è fin troppo largo e quindi non c’è modo di incastrarsi in una posizione comoda per dormire. Inoltre la leva del cambio della jeep è comicamente lunga e arriva a ingombrare fino a metà dello spazio del sedile del passeggero. Io, schiacciato tra il finestrino e altre tre persone, sono tutto sommato in grado di trovare una posizione decente e dormire un po’.
Il viaggio è strano. La signora accanto a me distribuisce buste di plastica gialla agli altri passeggeri, loro ci scatarrano dentro e, dopo un paio di sputi, le gettano dal finestrino e ne prendono un altro. Evidentemente sputare direttamente fuori dal finestrino è un gesto estremamente maleducato, la cosa migliore è farlo in igienici sacchetti di plastica che certo non danneggiano l’ambiente.
Sono circa 200 chilometri fino a Salleri, quindi la jeep ci concede varie soste che io passo a setacciare i villaggi alla ricerca di Snickers, il miglior snack per il trekking che però ho dimenticato di acquistare a Kathmandu come avevo fatto prima del circuito dell’Annapurna. Purtroppo siamo in luoghi remotissimi dove queste barrette non si trovano proprio.
Dopo la sosta per il pranzo propongo a Liv di scambiarci di posto, perché sto percependo il suo disagio nel posto davanti. Purtroppo serve a poco perché dopo un altro breve tratto di strada cambiamo jeep e ci ritroviamo entrambi seduti dietro.
Arriviamo a Salleri verso le 15 ma la jeep decide di portarci un po’ più in là a Phaplu, un piccolo villaggio dove però c’è un minuscolo aeroporto.
La guest house dove ci lasciano è proprio di fronte alla pista di atterraggio.
Prendiamo una camera e beviamo un tè per riprenderci dal viaggio, dopodiché andiamo ad esplorare il paesello alla ricerca degli ambiti Snickers.
Abbiamo cenato con dal bhat e siamo andati a letto presto, perché il giorno seguente avremmo iniziato il lungo trekking verso l’Everest!
Le cose però non sono andate secondo i piani…
Non è una vera avventura se non ti stai portando la carta igienica
La mia seconda visita a Kathmandu è stata solo una breve toccata e fuga a metà strada sulla via verso la regione dell’Everest, luogo del prossimo trekking.
Alle 4:45 Jack mi ha svegliato dicendomi che il bus era arrivato a Kathmandu.
Recuperiamo i nostri zaini dal bagagliaio (scopro che il mio si è un po’ strappato e soffro come se mi fossi tagliato io) e ci incamminiamo verso l’ostello mentre inizia ad albeggiare.
Quando arriviamo è ancora troppo presto per fare il check-in, quindi ci accampiamo nella zona relax dell’ostello, un grande spazio sotto una tettoia con tavolini bassi, cuscini e qualche amaca.
Io mi accaparro un’amaca, ci metto sopra il mio sacco a pelo e continuo a dormire.
Quando mi sveglio alle 9 incontro subito Lukas, il ragazzo che avevo conosciuto nei miei primi giorni qui e che avevo accompagnato a comprare tutta l’attrezzatura per il suo trekking in zona Everest. Mi dice che è andato tutto bene e il meteo è stato perfetto, ma che alla fine non hanno scalato Island Peak.
Dopo pranzo siamo andati a visitare la Grande Stupa, famosa attrazione religiosa di Kathmandu. Abbiamo deciso di raggiungerla a piedi e ci abbiamo messo un’ora e mezza, una bella camminata nelle zone meno turistiche della città.
La sera grande serata iniziata in un ristorante infrattatissimo poco distante dal nostro ostello e proseguita nel Jazz Bar dell’amico della morosa del fratello di Fred (così ci ha detto lui), un posto un po’ isolato fuori dal centro. Non c’era Jazz quella sera, ma abbiamo giocato a biliardo. Purtroppo si sono uniti a noi anche due avventori del locale che sospetto passino tutto il loro tempo a giocare a biliardo e infatti ci hanno devastati.
Ci siamo poi spostati al Rock Bar, dove ero già stato e si conferma un locale incredibile.
Sul finire della serata ci siamo ritrovati all’entrata del Lord of the Drinks, il 52° miglior club al mondo (pare esista un ranking ufficiale), ma alla fine abbiamo deciso che non valeva la pena entrare.
Il giorno seguente avevo giusto un paio di faccende da sistemare prima della partenza verso l’Everest.
Per prima cosa volevo procurarmi una mappa dell’area che coprisse anche la prima parte del cammino (che aveva subito delle variazioni rispetto ai miei piani originali). Avevo visto un negozio di mappe la sera prima proprio a fianco al Rock Club, ma quando sono tornato lì l’ho trovato chiuso. Dopo un po’ di girovagare l’unica cartina che sono riuscito a trovare è grande come un francobollo e comunque non mostra il trekking nella sua interezza: in teoria il primo villaggio da cui inizieremo a camminare è appena tre millimetri oltre il bordo della cartina, quindi non mi struggo troppo.
Ormai dei locals del Thamel, io e miei amici abbiamo ormai il nostro bar di fiducia dove ci incontriamo anche senza darci appuntamento. È lì che li trovo mentre fanno colazione e mi unisco a loro prendendo una cheesecake buonissima che diventerà la mia ossessione nei giorni a venire.
Riunita la banda torniamo a visitare il Tempio delle Scimmie (io ci ero già stato ma altri no) e ne approfitto per visitare il vicino museo di Storia Naturale di Kathmandu (come sanno i lettori più affezionati di questo blog, ogni volta che visito una città ho due tappe fisse: il museo di Storia Naturale e il punto panoramico più elevato (che peraltro, probabilmente, a Kathmandu è il Tempio delle Scimmie!).
Sulla via del ritorno siamo andati a pranzare in un ristorante minuscolo e nascosto (i vari ristorantini minuscoli in cui ho mangiato in questa breve tappa a Kathmandu potrebbero avere rilevanza nei prossimi giorni, rimanete sintonizzati!).
Dopo pranzo Anouk mi ha accompagnato al bar dove avevo mangiato la cheesecake stamattina per prenderne un’altra fetta, l’ultima prima della partenza per il trekking.
Verso le 18:30 riesco a prenotare una Jeep per me e Liv per la mattina seguente. Sono minimo 10 ore di viaggio e si parte alle 4.
Faccio una doccia incredibile e mi preparo all’ultima serata con i miei amici.
Dopo aver cenato in un buonissimo ristorante indiano (principale indiziato per i fatti di cui verrete messi al corrente nei prossimi giorni) siamo andati a bere un’ultima birra.
Eravamo io, Fred, Jack, Liv e Anouk.
Al bar ci ha raggiunti anche Zach, un amico canadese di Jack. Anche lui ha appena fatto il circuito dell’Annapurna, ma era circa una settimana davanti a noi. Una volta tornato a Kathmandu ha avuto un qualche tipo di intossicazione alimentare incredibile che l’ha tenuto bloccato in camera per una settimana e gli ha fatto perdere diversi chili.
Ora si è ripreso e, attenzione, anche lui parte domani per lo stesso trekking che faremo io e Liv. È su una jeep diversa ma la destinazione è la stessa, quindi facilmente ci ritroveremo lungo la via.
La serata finisce con saluti vari, tra cui Jack e Fred, miei compagni del mio primo trekking.
In particolare con Jack ho passato praticamente tutta la mia permanenza in Nepal finora.
I primi due giorni a Pokhara li abbiamo passati in sella a degli scooter a esplorare i dintorni.
Lo scooter che avevo scelto io aveva qualche problema di accensione che mi ha fatto un po’ smattare e, soprattutto, ha finito la benzina appena sono partito. Ma proprio appena ho girato l’angolo del noleggio.
Non mi ricordo perché non fossi tornato indietro a protestare, forse perché sapevo che mi avrebbero dato un altro scooter molto peggio di quello che già avevo.
Sta di fatto che ho dovuto spingere il motorino per mezz’ora col caldo e in salita per raggiungere il distributore più vicino. Ho odiato tutto. Molto meglio il trekking.
Il primo giorno siamo andati a fare il bagno sotto una bella cascata a nord di Pokhara che ci era stata consigliata dallo staff del nostro ostello.
Niente di particolare da segnalare tranne il momento in cui due ragazze del luogo, anche loro venute lì per la cascata, hanno rischiato di annegare nella piccola pozza alla base della stessa. Fortunatamente Fred è stato velocissimo e le ha salvate.
Il giorno successivo ci siamo diretti a un altro lago a sud est di Pokhara. Quando ha saputo che stavamo andando lì, il gestore dell’ostello ha insistito per consigliarmi un percorso alternativo molto panoramico. Sfortunatamente non parlava molto bene inglese e quindi suppongo di non aver compreso bene le sue indicazioni, perché la strada su cui ci ha mandati si è rivelata terribile.
A un certo punto abbiamo dovuto attraversare una fangossissima pozzanghera dove rischiavamo di scivolare o rimanere impantanati. Credo che sia lì che i miei vecchi sandali Birkenstock, che avevo portato in Nepal come calzature per il tempo libero, si siano danneggiati per poi abbandonarmi definitivamente nel pomeriggio.
La strada proseguiva poi su pendii scoscesi che a un certo punto non siamo più stati in grado di superare. In particolare lo scooter di Jack non ne voleva sapere di salire.
Abbiamo allora deciso di tornare indietro e riprendere la strada normale, con gran sollievo di tutti.
Al lago abbiamo affittato una specie di pedalò gigante e siamo andati a fare festa a largo, ma siamo dovuti rientrare in fretta quando ha iniziato a piovere.
Il ritorno verso Pokhara è stato divertentissimo. La pioggia aveva aperto l’orizzonte e si riusciva a intravedere il massiccio dell’Annapurna, e la luce del tramonto riflessa sulla strada bagnata era bellissima.
Quella sera ho conosciuto, sul bar sul tetto dell’ostello, Liv, una ragazza canadese amica di Fred e appena arrivata in Nepal. Era a Kathmandu, ma quando ha saputo che Fred era qui ha deciso di fare un salto a Pokhara per salutarlo. Anche lei aveva in programma un trekking nella regione dell’Everest per le settimane a venire, quindi abbiamo deciso di partire insieme!
La mattina del giorno seguente sono andato all’ufficio immigrazione per estendere il mio visto. Quando si entra in Nepal ci sono due opzioni: un visto da 30 giorni che costa 50 euro e un visto da 90 giorni che ne costa 120. Estendere il visto costa 3 euro al giorno. La mia permanenza era di 52 giorni, quindi scegliendo il visto da 30 giorni ed estendendolo successivamente di altri 22 ho risparmiato ben 4 euro.
Quella sera, mentre gran parte del gruppo andava al cinema, io sono rimasto con Liam per fargli da spalla a un appuntamento con una ragazza che veniva accompagnata dalla sorella.
Alla fine c’erano pure altre due persone, un ragazzo e una ragazza, e al tavolo mi sono trovato in una strana situazione. Eravamo seduti in 3 persone per lato, io ero a un margine e di fronte a me c’erano Liam con a fianco il suo date. Al mio fianco c’era l’altro ragazzo, un tizio sfigatissimo che non parlava. All’estremità opposta del tavolo le due ragazze restanti (la sorella del date di Liam e la sua amica) sedute una di fronte all’altra.
Per colpa del tizio seduto in mezzo che era totalmente inabile di interagire mi trovavo completamente tagliato fuori dalla conversazione. Avrei potuto parlare solo con Liam e il suo date ma ovviamente dovevo lasciarli in pace. A un certo punto quindi ho fatto una mossa estrema e ho costretto il tizio a scambiarsi di posto con me, così ho potuto socializzare.
Dopo cena siamo andati a giocare a biliardo e il date di Liam si è rivelato una campionessa del biliardo e ci ha asfaltati tutti.
La mattina dell’ultimo giorno abbiamo fatto checkout e sistemato gli zaini in un deposito dell’ostello. Tutti i miei vestiti erano puliti, con eccezione della mia camicia da festa che ormai indossavo da 4 giorni.
Fortunatamente in reception ho incontrato un ragazzo che non raggiungeva il peso minimo per fare una lavatrice e stava cercando contributi, quindi gli ho dato la mia preziosa camicia e ho risolto anche questo grave problema.
Passiamo la mattinata in ostello a elargire consigli a dei ragazzi che si accingono a percorrere il circuito dell’Annapurna. Qualcuno di loro riceve anche in dono dell’attrezzatura da chi, come Jack e Fred, ha concluso il suo momento trekking e vuole liberarsi di peso che non gli servirà più. Ne approfitto anch’io per aggiudicarmi la maglia a maniche lunghe di Jack, che mi sarà molto utile per non scottarmi quando tornerà ad altitudini elevate.
Proprio quando stiamo per recarci alla stazione dei bus per tornare a Kathmandu scopriamo che la ragazza della reception che ha le chiavi del deposito degli zaini se n’è andata portandole con sé.
Io e Fred avevamo recuperato gli zaini poco prima, ma quelli di Jack e Liv sono ancora sotto chiave.
Momenti concitati. Una ragazza che lavora all’ostello prova a raggiungere la ragazza con le chiavi in motorino. Io e Fred nel frattempo recuperiamo un taxi per raggiungere più velocemente la fermata. Dalla reception telefonano alla stazione dei bus e gli dicono di rimandare la partenza.
Tutto si risolve per il meglio e riusciamo a prendere il bus.
Sono circa 9 ore di viaggio fino a Kathmandu, ma essendo la strada molto più frequentata l’offerta di mezzi era più ampia. Abbiamo così potuto optare per un bus leggermente più costoso ma molto più confortevole.
Lunga coda per il bagno in mattinata: gli effetti della salsa piccante della sera prima si fanno sentire.
Io vado per primo, ma anche per ultimo.
Facciamo colazione in fretta e furia perché dobbiamo correre a prendere il bus per Pokhara. Quando siamo quasi alla fermata mi ricordo che avevo lasciato l’asciugamano a stendere e corro a recuperarlo. Jack mi urla di prendere anche i suoi pantaloncini, anch’essi ad asciugare.
Sono 6 ore di bus fino a Pokhara, poco da dire a riguardo se non che ormai mi sto abituando a queste strade dissestate e riesco a mangiare dal bhat nella pausa pranzo.
Arriviamo a Pokhara alle 14:30. C’è caldissimo.
Gli ultimi giorni in montagna ci avevano abituati a un clima invernale, ma qui è estate!
Prendiamo subito una birra a testa nel supermercato più vicino e ci incamminiamo verso l’ostello.
Nei miei primi giorni a Kathmandu si faceva un gran parlare di un ostello di Pokhara in cui tutti si ammalavano. Doveva esserci qualche contaminazione nell’acqua perché dai racconti che ho sentito a un certo punto nell’ostello stavano tutti male ed era persino difficile trovare un bagno in cui vomitare. Di notte si sentivano i conati in tutto l’edificio.
Mi sono mentalmente annotato il nome di quell’ostello promettendomi che non ci avrei alloggiato.
Incredibilmente tutti gli amici che ho conosciuto lungo il circuito volevano proprio stare a quell’ostello (alcuni c’erano pure già stati e si erano trovati benissimo).
La prospettiva di trovarmi da solo in un altro ostello mentre tutti i miei amici facevano festa nell’altro mi allettava meno del rischio di sboccare l’anima, quindi sono andato anch’io nel famigerato ostello.
Appena arrivati, come primo punto all’ordine del giorno caccio tutti i miei vestiti in lavatrice: mi restano solo la mia bellissima camicia da festa (mai usata lungo il cammino) e un paio di mutande. Jack mi presta un paio di pantaloncini e sono a posto.
Sul tetto dell’ostello c’è un bar dove ci piazziamo a festeggiare mentre a turno andiamo tutti dal barbiere poco distante per darci una sistemata. Ogni persona che ritorna pulita e pettinata dopo settimane selvagge è una nuova sorpresa.
Per cena ci ricongiungiamo con la guida Ripa, che aveva promesso di portarci in uno dei suoi ristoranti preferiti a mangiare il dal dehdo, una specie di variante del dal bhat dove al posto del riso c’è una specie di polenta scura.
Come antipasto ci hanno servito una buonissima insalata di pomodori, cipolla e arachidi. Incredibile.
Pokhara sorge sulle rive del lago Phewa Tal. Frequentatissima dai turisti, è la meta finale del circuito dell’Annapurna, per alcuni anche punto di partenza da cui raggiungere Besisahar. Non so dove si collochi come dimensione tra le città nepalesi, ma è senza dubbio la più grande che io abbia visitato dopo Kathmandu. Ci sono moltissimi locali notturni, quindi dopo cena avevamo solo l’imbarazzo della scelta su dove andare a festeggiare.
Decidiamo di spostarci al BusyBee, dove ritroviamo molti altri compagni di trekking conosciuti nei giorni precedenti. È sempre stranissimo vedersi tutti profumati e vestiti bene dopo essersi conosciuti tra i monti.
Vabbè, niente, grande festa fino al mattino che si è conclusa con un bagno nel lago.
Tornato in ostello alle 4.
Oggi non si è camminato quindi niente traccia Strava.
Ieri sera ho scoperto che tutti i miei compagni di viaggio sono concordi nel prendere un autobus per Tatopani nella giornata odierna, saltando interamente questa sezione di sentiero, che ormai coincide con la strada è non è più piacevole come agli inizi.
Da Tatopani, tappa obbligatoria perché lì ci sono delle famose terme, prenderemo poi un altro bus per Pokhara.
Questo significa che ieri è stata la tappa finale del trekking e nemmeno lo sapevo!
La cosa mi rende comprensibilmente un po’ malinconico.
Ci svegliamo prestissimo per tornare a fare il bagno alla cascata. Sono le 7:20 e il bus è alle 8, quindi restiamo poco tempo a mollo (anche perché l’acqua è gelida).
Facciamo velocemente ritorno in ostello per prendere gli zaini e sulla via incontriamo Anouk e Rose, anche loro dirette a Tatopani con lo stesso autobus.
Sono circa 3 ore di bus per arrivare a destinazione, ma dopo un’ora e mezza troviamo la strada completamente sbarrata da una frana, con un gran traffico di auto e bus bloccati da entrambi i lati.
Ci dicono che ci potrebbero volere alcune ore prima che la strada riapra. Inoltre, a giudicare dal gran numero di vetture imbottigliate, anche quando il traffico tornerà a fluire ci vorrà un bel po’ prima che arrivi il nostro turno di passare.
Nel migliore dei casi sono almeno un paio d’ore d’attesa, per poi riprendere lo scomodissimo viaggio in bus.
È praticamente lo stesso tempo che ci vorrebbe a piedi, e visto che c’è un sentiero praticabile sul versante opposto della vallata non ci pensiamo due volte: riprendiamo gli zaini e siamo di nuovo in cammino!
È un bella camminata tra i villaggi, in un ambiente che ricorda quello dei primi giorni del trekking. Dopo circa un’ora di cammino ricominciamo a vedere il traffico scorrere sul lato opposto della valle: la strada è stata aperta molto prima del previsto!
Arriviamo a Tatopani (1190 m) in poco più di due ore e appena dopo il nostro bus: ci ha battuti per un soffio!
Ma almeno abbiamo camminato e ci siamo guadagnati il relax delle terme che questo villaggio ha da offrire (tato vuol dire caldo e pani vuol dire acqua in nepalese).
Prendiamo alloggio in una guest house un po’ decadente, ma molto pittoresca ed economica. Tale guest house pare avere anche una cucina tipica molto fornita, pertanto ordiniamo subito il pranzo e già che ci siamo prenotiamo anche la cena.
Finito di mangiare è il momento di andare alle terme, ma proprio in quel momento inizia a piovere. Non è un grosso problema visto che comunque ci stiamo andando a bagnare e, anzi, la pioggia rende l’acqua termale ancora più piacevole!
Bellissimo pomeriggio di festa alle terme. Oltre al mio gruppo (di cui sono rimasti solo Jack, Fred e Ryan: Maaike doveva tornare in fretta a Pokhara e ha continuato sul bus) ci sono anche Anouk, Rose, Joe e un gruppo tutto femminile di ragazze che abbiamo incrociato qualche volta sul sentiero.
Verso le 19:30 torniamo in guest house dove ci hanno preparato la cena, che consiste in una specie di momos giganti. Il piatto ci viene servito accompagnato da una salsa piccantissima che proviamo a mangiare con scarsi risultati tra le risa dei nostri ospiti.
Davvero, una delle cose più piccanti abbia mai mangiato.
Il sentiero di oggi è piacevolmente pianeggiante, e passa tra villaggi, boschi e frutteti.
Nonostante sia decisamente meno prestante dei giorni scorsi a livello fisico, il cammino ci riserva comunque qualche difficoltà di navigazione iniziale: siamo in un villaggio pieno di vicoletti e individuare la via giusta è un po’ più impegnativo.
Fortunatamente troviamo un porter che sta andando nella nostra stessa direzione e ci affidiamo a lui.
Appena usciti dal villaggio di Marpha, Fred, che è pochi passi davanti a me, trova e raccoglie da terra una banconota da dieci euro. Pazzesco!
Li avevo visti anch’io ma non sono stato abbastanza veloce.
Essendo Fred una persona splendida non esita neanche un secondo e li regala al porter che ci stava guidando.
Troviamo finalmente le indicazioni per Sauru, il prossimo villaggio da raggiungere.
È evidente che questo villaggio sia sulle rive dello stesso fiume che stiamo percorrendo, pertanto circa alla stessa altitudine o poco meno. Il sentiero però sembra dipartire dalla riva e arrampicarsi su una rocca. Il villaggio sulla carta sembra a una manciata di chilometri, proprio lì dietro, ma le indicazioni dicono che ci vogliono 4 ore. Non ha senso, e ci sarebbe un altro sentiero che resta in riva al fiume e sembra andare nella stessa direzione.
Il Dhaulagiri (8167 m)
Memori però della giornata di ieri, in cui anche se cercavamo di seguirlo non riuscivamo mai a trovare il sentiero giusto, decidiamo di attenerci alle indicazioni e iniziamo la salita.
Fortunatamente le indicazioni si rivelano sbagliate, e arriviamo a Sauru (2560 m) alle 11:15.
Sauru è un bel paesino erboso e pianeggiante sulle sponde del fiume. Di fronte a noi, sull’altro lato della vallata, c’è una splendida vista del Dhaulagiri. Si respira un’aria molto tranquilla.
Troviamo una tea house dove pranzare e praticamente tutti ordinano i famosi momos, non curanti del fatto che un numero così elevato di momos è in grado di turbare gli equilibri di queste piccole cucine.
Ci vogliono infatti due ore prima che il pranzo sia pronto. Assurdo.
Il cammino continua senza altri intoppi nel pomeriggio, e arriviamo all’ingresso di Kalopani(2530 m) quando il mio gps garmin segna esattamente 20 km.
C’è un grande portale sulla soglia del paese, da cui inizia un tratto di strada asfaltata che arriva però solo fino al limite opposto dell’insediamento.
A monte del portale Fred individua una bellissima cascata e ci convince tutti ad andare là a fare il bagno. Acqua freddissima ma bellissima idea.
La cascata!
Vaghiamo un po’ per il villaggio, che con la sua larga strada asfaltata e le case disposte ordinate somiglia più a un sobborgo occidentale che ai villaggi visti finora.
Siccome quando troviamo una guest house che ci soddisfi il mio garmin segna 20.8 km, decido di correre altri 300 metri per la strada principale per arrivare a quota 21.1 km, ovvero una mezza maratona.
Da circa 5 anni cerco di correre una mezza maratona al mese. Avevo corso quella di aprile prima di partire e sapevo mi sarebbe rimasto tempo per correre quella di giugno al mio ritorno. Mi ero rassegnato a dover saltare la mezza maratona di maggio, ma vista l’occasione ho deciso di coglierla al volo!
A Kalopani, che ricordo ha una strada asfaltata quindi è praticamente una metropoli, c’è una sala da biliardo dove passiamo il pomeriggio.
Inoltre il ristorante del nostro albergo ci propone il miglior hamburger vegetariano che io abbia mai mangiato.
Così buono che negli ultimi giorni a Kathmandu mi sono trovato a verificare se fosse possibile prendere un bus fino a Pokhara e poi un altro collegamento fino a qua (un viaggio di almeno 2 giorni, senza contare il ritorno) per mangiarne un altro.
Forse è la stanchezza accumulata, forse è la troppa confidenza guadagnata, ma nei lunghi cammini arriva sempre un momento in cui il sentiero sembra sparire, e si passa tutta la giornata a tagliare per vie improbabili cercando di tenere la direzione desiderata.
Succede anche a volte che si guardi la cartina e si veda un bel lago azzurro disegnato e si decida di dirigersi là per farci il bagno, per poi scoprire che nella realtà quel bel lago azzurro non è come ce lo si è immaginato.
Sulla carta doveva essere una giornata semplice, tutta in discesa.
La meta più ovvia era Jomsom, praticamente una metropoli con tanto di aeroporto, ma i miei compagni di viaggio non la ritenevano degna di passarci la notte.
Siccome nel ristorante in cui avevamo passato tutta la giornata precedente avevamo visto, appesa alla parete, una bella foto di un laghetto poco fuori Jomsom, avevamo deciso di dirigerci lì per un bagno rilassante, per proseguire poi verso Marpha, il paese successivo.
Dopo due giorni passati al Bob Marley Hotel bevendo e mangiando senza ritegno e mettendo tutto sul conto della camera, era giunto il momento di fare i conti.
C’è voluta circa un’ora per districarsi nelle tre pagine di block notes fitte delle nostre ordinazioni. In questo tipo di viaggi, in cui persone diverse hanno budget diversi, non è possibile fare alla romana.
Risolti i conteggi e saldato il nostro debito, ci siamo finalmente rimessi in cammino.
Brevissima sosta sulla soglia del villaggio per salutare Liam, infortunato, alla stazione degli autobus e abbiamo iniziato la nostra discesa nella vallata desertica.
Dovrebbe essere tutta discesa, come già detto, ma dopo pochissimo tempo il sentiero torna a salire: evidentemente abbiamo imboccato il percorso sbagliato.
Forse il problema è che ci sono troppe strade da queste parti, mentre noi siamo abituati ad avere una sola opzione.
Visto che la direzione sembra comunque corretta, e che tutto sommato la salita non è troppo impegnativa, decidiamo di continuare lungo il sentiero su cui ci troviamo, scavalcando una collina e addentrandoci in una nuova valle.
Iniziamo a scendere lentamente. C’è molto caldo ma anche vento forte. Così forte che a un certo punto una raffica scaraventa a terra Maaike.
Giunti sul fondo di questa nuova vallata seguiamo il letto del fiume fino a Lupra (2790 m), paesino molto carino dove ci fermiamo a pranzare.
Il paesino è in chiaro contrasto con l’ambiente circostante: la vegetazione è verde e rigogliosa, una specie di oasi.
C’è pieno di cuccioli di capra e Fred ne è felicissimo.
Questo non è un sentiero larghissimo ma il letto di un fiumeIl fatto che il ponte sia inquadrato da sotto è un buon indicatore del fatto che non eravamo sulla strada giusta…
Ripartiamo e arriviamo alla vallata principale dove sorge Jomsom.
Qui il vento è ancora più forte e ci soffia in faccia sabbia e polvere. Più volte il mio cappello mi viene strattonato via (impigliandosi peraltro nei miei recentissimi piercing).
Superato Jomsom torniamo a salire sul lato della vallata, per raggiungere il famoso laghetto che avevamo individuato il giorno prima.
La navigazione in quest’ultimo tratto si rivela particolarmente problematica: evidentemente il lago non è una meta rinomata. A un certo punto troviamo su una strada interrotta e vediamo il sentiero corretto un centinaio di metri più in basso. Tornare indietro per cercare il giusto bivio non è un’opzione, quindi ci inventiamo un sentiero lungo il pendio boscoso che ci separa dal percorso giusto.
Il laghetto si rivela poco più di una pozzanghera. È inoltre recintato e per accedervi bisogna pagare un biglietto. Ed è vietato farci il bagno.
Io già me lo aspettavo, quindi non rimango troppo deluso.
Scopriamo che la multa per i trasgressori del divieto di balneazione è di sole 150 rupie (2 euro), quindi ponderiamo brevemente di tuffarci lo stesso. Ma siccome non siamo brutte persone decidiamo di attenerci alle regole.
Non resta altro da fare che dirigerci a Marpha.
Il vento è ormai insopportabile e, malgrado siano solo le 17, il sole inizia a tramontare dietro le alte montagne.
Appena dopo aver scavalcato un muro per raggiungere la strada principale sul fondo valle (sì, abbiamo sbagliato strada un’altra volta), si ferma un camion e ci offre un passaggio per gli ultimi due chilometri.
Accettiamo e saliamo tutti e 5 nell’enorme cabina di guida del camion, dove già c’è un’altra persona oltre all’autista.
Marpha (2670 m) è un bel paesello con strade molto pulite lastricate in pietra dove però non ci vogliono.
Le prime tre guest house dove chiediamo una stanza ci propongono dei prezzi altissimi e in una ci dicono addirittura che non c’è posto, nonostante sia evidente non ci sia nessuno.
Alla fine riusciamo a spuntare una stanza da 4 persone con l’aggiunta di un materasso per Fred, che è il più wild di tutti e rinuncia volentieri al letto.
Io che divento il padrone di tutti i bastoncini mentre contrattiamo per una stanza
Questo è stato il primo giorno dalla partenza in cui non abbiamo camminato, ma ormai abituato ai ritmi del sentiero mi sono comunque svegliato presto.
Ho fatto colazione con uova e patate nell’accogliente sala dell’albergo e poco dopo, non ancora sazio, ho ordinato una fetta di torta apple crumble. Ancora memore della torta di Manang, sono ora alla ricerca della miglior apple crumble di tutto il circuito.
Verso mezzogiorno, quando tutto il gruppo era sveglio e operativo, siamo andati in un ristorante poco distante dall’albergo.
Per quanto questo paese sia connesso alla strada, siamo ancora in zone abbastanza remote, e l’ingresso di 6 trekker affamati può turbare gli equilibri del posto.
Lo scopriamo quando ordiniamo 60 momos e ci dicono di tornare più tardi, perché ci vorrà un po’ per prepararli.
Facciamo dunque una breve passeggiata per il paese, ma poco dopo torniamo al ristorante e decidiamo di aspettare lì il pranzo.
Arrivano i momos. Li finiamo tutti. Ne ordiniamo ancora. In effetti li ordiniamo tutti.
Praticamente passiamo tutto il giorno nel ristorante a mangiare e giocare a carte, mentre il gestore corre in giro per il paese per rifornire le sue scorte di birra.
Dopo aver vinto una mano per primo (non mi chiedete il gioco perché non me lo ricordo), avendo un po’ di tempo a disposizione, faccio una corsa all’emporio di fronte per comprare dei biscotti.
Appena uscito incontro Joe e le sorelle francesi che avevamo visto l’ultima volta mentre arrancavano a fatica sul sentiero innevato che porta a Tilicho Lake. Mi raccontano che sono riusciti ad arrivare al lago, ma era tutto innevato e non ne valeva poi così la pena.
Tornano tutti al ristorante con me. Joe si ferma a giocare a carte mentre le ragazze francesi sono stanche e se ne vanno, ma non prima di averci portato Anouk e Rose, due ragazze olandesi che abbiamo incrociato qualche volta sul sentiero.
Questo è tutto quello che è successo in questa meritata giornata di riposo.
Domani ci si rimette in marcia, con un lungo giorno di cammino davanti a noi.
Ieri, mentre scendevamo dal passo, Liam si è fatto male al ginocchio e purtroppo non continuerà il percorso con noi. Ci rivedremo a Pokhara.
Sveglia alle 3:30 dunque.
Mi trascino nella sala comune dove faccio colazione con porridge, praticamente l’unica cosa che erano disposti a prepararci a quest’ora.
Ma la qualità del porridge è drasticamente migliorata dalla prima volta che l’ho assaggiato qualche giorno fa: ora ci aggiungo miele, burro d’arachidi e cannella (quest’ultima offerta da Liam, che dice faccia bene per l’altitudine). Ottimo.
Alle 4:15 siamo tutti pronti per partire, perfettamente in linea con la tabella di marcia che ci eravamo fissati il giorno precedente.
C’è ancora buio e ci muoviamo alla luce delle nostre torce frontali. Ripa è davanti a tutti a scandire il ritmo, Kumar il porter chiude la fila.
Il sentiero comincia subito ripido, e dopo mezz’ora incontriamo la prima neve.
Brevissima sosta per indossare i ramponcini, scelta che mi pare prematura ma che tutto sommato ci sta, e siamo di nuovo in cammino.
In una ventina di minuti scarsi arriviamo all’High Camp (4880 m), l’ultima struttura ricettiva prima del passo. È infatti possibile pernottare qui, riducendo distanza e dislivello da affrontare il giorno del passo. La scelta è però sconsigliata, perché a causa dell’altitudine elevata si rischia di non dormire bene e ritrovarsi privi di forze.
Qui ci fermiamo e ne approfitto per fare la cacca (è un dettaglio che tornerà rilevante tra circa un mese). Quando esco dal bagno i miei compagni sono praticamente già ripartiti e devo correre per stargli dietro.
High Camp, quota 4880 metri
Siamo ora in un paesaggio completamente invernale, avvolti da ghiaccio e neve.
Il sole non è ancora sorto e c’è freddissimo. Liam mi riferisce una temperatura di -18° C.
Ho mani e piedi praticamente congelati, e si ghiaccia pure l’acqua nel tubo della mia camel bag impedendomi di bere. L’aria rarefatta a 5000 metri rende il respiro faticoso, ma non posso certo fermarmi a riprendere fiato, altrimenti congelerei del tutto.
Guardo il mio orologio e vedo che stiamo procedendo a una velocità di poco meno di 2 km/h: lentissimi.
Anche il mio telefono si congela, e la fotocamera non riesce più a mettere a fuoco, motivo per cui ho pochissime foto di questa giornata.Malgrado tutto raggiungo il passo alle 7:40, e vengo accolto da Jack arrivato poco prima di me.
All’arrivo ho la barba ghiacciata.
Con i suoi 5416 metri Thorung La è, secondo Wikipedia, il passo di montagna più elevato al mondo.
In corrispondenza del passo c’è una minuscola tea house, gestita da un tizio che ogni giorno sale quassù dall’High Camp.
Prendo una tazza gigante di tè (c’erano proprio due opzioni di dimensione, normale o gigante) al costo di 400 rupie. A quote normali un tè costerebbe circa dieci volte meno, ma il prezzo è più che giustificato. Miglior tazza di tè di sempre.
C’è molta gioia su al passo, ma dopo le foto di rito ripartiamo velocemente perché qualcuno inizia ad accusare gli effetti dell’elevata altitudine, arrivando persino a prendere del Diamox.
Poco male perché io mi stavo congelando.
Tutta la banda (nota come “l’esercito di Ripa”) al passo di Thorung La. In questa foto sembro gigantesco, lo so…
È un drastico cambio di scenario sul versante opposto.
La valle di Manang, che ci siamo appena lasciati alle spalle, era ricca di vegetazione. Da questo lato invece il clima è decisamente più secco e di conseguenza il paesaggio è completamente brullo.
In poco tempo anche la neve scompare, lasciandoci in una grande distesa ghiaiosa.
Il sole però fatica a spuntare, e continua a fare molto freddo.
È ormai tutta discesa, quindi procediamo velocemente e in poco più di un’ora copriamo la stessa distanza che in salita abbiamo percorso in tre!
Arriviamo così nei pressi di alcune sparute tea house. Liam vede un cartello che dice che servono succo di rabarbaro ed è contentissimo. Sulla scia dell’entusiasmo lo ordiniamo tutti, e riceviamo una bevanda violacea dal sapore e consistenza non particolarmente gradevoli.
Ad accentuare le differenze tra questo versante della montagna e quello che abbiamo appena lasciato c’è il fatto che da questo lato la strada arriva praticamente a ridosso del passo, ovvero fino al paese di Muktinath (3800 mt).
Muktinath è un luogo sacro sia per la religione indù che per quella buddista. Qui è presente uno dei più antichi templi del Dio Vishnu, che è importante meta di pellegrinaggio.
Il nostro ingresso in paese avviene proprio passando per il tempio, dove sono in corso delle celebrazioni.
Ci facciamo largo tra la folla che è in fila per immergersi nelle vasche di pietra per svolgere un qualche tipo di rito purificatorio.
Sono le 11:30 quando arriviamo al Bob Marley Hotel per posare i nostri zaini. Siamo stati velocissimi!
Il nome dell’albergo è in linea con il mood fricchettone che mi pare accompagni molti dei trekker su questo cammino, e gli adesivi che lo pubblicizzano sono visibili fin dalla partenza a Besisahar.
L’hotel è un grande edificio di tre piani in mattoni di pietra e contrasta decisamente con le guest house in legno dove ho dormito finora. Sembra un castello.
Elettricità, acqua calda, il collegamento stradale con la civiltà (c’è perfino una stazione degli autobus!): non mi aspettavo un cambiamento così drastico e veloce! Sembra che la parte avventurosa del circuito sia definitivamente terminata, e la cosa mi rende un po’ malinconico.
Non è tutto rose e fiori comunque: in albergo c’è solo una doccia funzionante, e la coda è lunghissima.
C’è molto più freddo da questo lato del passo, e mi ritrovo per la prima (e forse unica) volta a indossare tutti i vestiti che ho nello zaino contemporaneamente.
La sera Fred, che ha fatto un giro esplorativo del paese e ha parlato con alcuni abitanti, ci porta in un locale a bere Tungba, una bevanda tipica.
Il posto è strano, e mentre siamo lì a giocare a carte c’è uno strano via vai di persone che sembrano tutte parte della stessa famiglia.
“Ragazzi, ma questo è un bar o è casa di qualcuno?”
La domanda rimarrà senza risposta.
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