Salita a Chhukhung Ri


Facciamo colazione alle 6 e salutiamo Stefano e Chiara, che oggi affronteranno il primo dei tre passi, Kongma La.
Noi invece faremo quello che loro hanno fatto ieri, e sfrutteremo questo giorno di acclimatamento per salire a Chhukhung Ri, un picco direttamente sotto al massiccio composto da Lhotse e Everest e da cui si gode di un’ottima vista su tutta la vallata in cui ci troviamo.
Il picco è alto 5550 metri, e sarà il punto più alto mai raggiunto finora. Nonostante io ieri abbia accusato un po’ gli effetti dell’altitudine, oggi mi sento bene e non credo ci saranno problemi.

Poco dopo la partenza ci imbattiamo in un gruppo di yak in cui per la prima volta ci sono anche dei tenerissimi cuccioli. Lo superiamo e iniziamo la salita, che ci porta in un ampio prato dove trovo un sasso a forma di panchina ottimo per fare una breve pausa.
Riprendiamo il cammino, e superati i 5000 metri il paesaggio erboso lascia posto a una distesa di minacciose rocce appuntite. Passiamo un tratto di sentiero pieno di ometti (pile di sassi) e affrontiamo un’ultima ripida scalata.

La cima di Chhukhung Ri è proprio a ridosso del massiccio dell’Everest, talmente vicina che la vetta non si vede.
La vista si apre sull’intera vallata che abbiamo percorso negli scorsi giorni. Si riescono a vedere Dingboche, Pangbohce e Tengboche (con il binocolo pure il monastero!) e questi anche Namche Bazar, che però è nascosta dietro il fianco di una montagna. Incredibilmente non ho una foto in questa direzione dalla vallata e non capisco perché.
Si vede poi Island Peak, un picco di poco più di 6000 metri che è possibile scalare assumendo una guida, e il lago che sta ai suoi piedi.
Dall’altro lato possiamo vedere il passo che affronteremo domani. Con il binocolo cerchiamo di individuare Stefano e Chiara, ma probabilmente sono già passati oltre (loro sono partiti alle 6, noi ci abbiamo messo un sacco di tempo a prepararci e siamo partiti alle 8).

5550 metri e 51 bpm!

Restiamo per circa un’ora sulla cima, dopodiché io e Liv iniziamo la discesa. Zach invece decide di fermarsi ancora un po’ su.
Io e Liv siamo giù alle 13:30 e pranziamo. Dopo un paio d’ore Zach ancora non si vede, e iniziamo a preoccuparci. Proprio quando sto per rimettermi in cammino e andarlo a cercare, verso le 16, lo vediamo apparire.
Facciamo merenda con tè e biscotti, e ci resta poco altro da fare fino a cena.

Zach, che ha saltato il pranzo, cena con dal bhat e ne mangia una quantità smodata. Il dal bhat prevede tradizionalmente che il piatto venga rimpinguato. Solitamente con un bis si è più che sazi. Zach, se non ricordo male, se l’è fatto riempire 5 volte.

Strava!

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La sera che mi sono ubriacato di acqua

La Luxury Hot Chocolate

Il programma odierno prevede solo un veloce spostamento a Chhukhung.
La giornata inizia quindi con molta calma. Faccio colazione smezzando con Zach un pane tostato con marmellata. Quando si sveglia anche Liv ci spostiamo al Cafè 4410, il luogo più in del paese. Qui mi concedo quella che sul menu si chiama “Luxury Hot Chocolate” una cioccolata calda speciale che costa più del doppio di quella normale.
É effettivamente incredibile, densissima e guarnita con panna, marshmellow, cioccolatini e biscotti.
Sono solo le 9 quando arriva anche Zach, che si era attardato un attimo in guest house, e decidiamo di ordinare una pizza.
Il nostro programma iniziale era di metterci in cammino per le 11, ma tra una cosa e l’altra (al cafè arrivano altri nostri amici) riusciamo a partire solo alle 12.

Il sentiero è molto facile, sono solo 400 metri di dislivello spalmati su 4 chilometri, e alle 13:30 siamo già arrivati a Chhukhung (4730 m), insediamento che non potrebbe essere più diverso di così da Dingboche.
Dingboche, che ci siamo appena lasciati alle spalle, era infatti un grande villaggio con negozi, guest house e moltissime abitazioni. Per non parlare del famoso Cafè 4410 che gli conferiva una vibe da grande città.
Chhukhung al contrario è solo un agglomerato di una manciata di guest house, più simile a un campo base come quelli di Tilicho Lake o dell’Ama Dablam che a un vero villaggio. Le costruzioni sono delimitate da un reticolo di muretti a secco molto intricato, tanto che fatichiamo a trovare una via d’ingresso e siamo costretti a scavalcarne qualcuno per farci largo nel villaggio.

A Chhukhung è previsto un giorno di acclimatamento, e questo significa che qui reincontriamo Stefano e Chiara, che sono a un giorno di marcia in fronte a noi. Dopo un paio di tentativi riusciamo finalmente a individuare la loro guest house. Stefano e Chiara hanno sfruttato il loro giorno di sosta qui per andare, in mattinata, a Chhukhung Ri, un picco panoramico qui vicino. Ora hanno fatto ritorno in paese e stanno dormendo. La loro guest house è enorme e molto accogliente. Chiara sta dormendo in camera mentre Stefano si è sistemato in una grande sala comune al primo piano, con grandi finestre vetrate che la trasformano in una specie di serra molto calda e confortevole. Siamo praticamente gli unici a soggiornare qui.La vista dalla comodissima stanza-serra

Pranziamo e ci mettiamo anche noi ad oziare nella stanza-serra.
Verso le 17 mi inizia a salire un forte mal di testa quasi certamente causato dall’altitudine. Non voglio prendere medicine quindi decido di limitarmi a bere molta acqua per tenerlo a bada.
Per cena prendiamo del dal bhat, ma non ho molta fame. Forse a causa del mal di testa, forse perché ho mangiato una pizza alle 9 di mattina, sta di fatto che non faccio il bis.
Bellissima serata a chiacchierare con gli amici. Sembra che io abbia sempre qualche aneddoto incredibile da raccontare. Il tutto culmina infatti quando, dopo aver bevuto l’ennesima borraccia d’acqua per tenere a bada il mal di testa, Liv mi chiede se so che se si beve troppa acqua si può morire. Io le rispondo prontamente che ci ho scritto una canzone a riguardo, e finiamo ad ascoltare il Complesso Architettonico.

Nottata un po’ difficile perché a causa di tutta l’acqua bevuta mi alzo ogni ora per andare in bagno. Ma almeno non mi è esplosa la testa per l’altitudine.

Strava.

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Una piccola deviazione

La vista dalla nostra camera ad Upper Pangboche

Visto che negli ultimi giorni ho spiegato nel dettaglio il trekking dei Tre Passi mi pare logico che oggi lo si abbandoni per andare a fare un’escursione secondaria.
Rachel, la ragazza inglese che avevamo incontrato durante le celebrazioni dell’Everest Day, ci aveva infatti caldamente consigliato di fare una deviazione per andare al campo base dell’Ama Dablam, raggiungibile da Upper Pangboche in un paio d’ore di cammino.
Il piano era dunque quello di salire fino al campo base e poi, sulla via del ritorno, proseguire fino a Dingboche, la successiva meta del trekking. Liv, che ieri ha iniziato ad accusare un dolore al ginocchio, ha deciso di tenersi a riposo e di recarsi direttamente là.

Siamo dunque solo io e Zach a metterci in cammino alle 7:20. Scendiamo verso il fondo valle e attraversiamo la parte bassa di Pangboche fino a raggiungere un ponte sospeso. Dopo averlo attraversato nascondiamo i nostri zaini fra i cespugli e, portandoci dietro solo acqua e uno spolverino, iniziamo la salita. È effettivamente un’ottima deviazione dal sentiero principale, che offre viste a 360 gradi sulle vette tutto attorno. Ed è anche una giornata stupenda, sembra che il meteo in questi giorni stia migliorando invece che peggiorare.

Spiaggia a 4300 metri, sul retro l’Ama Dablam (6812 mt)

A circa metà della salita troviamo un’enorme distesa di sabbia. C’è caldo, c’è la sabbia: sembra di essere in spiaggia! Quindi, malgrado i 4300 metri a cui ci troviamo, ci mettiamo a torso nudo e ci mettiamo a prendere il sole.
Dopo una breve pausa ci rivestiamo e riprendiamo il cammino. Arriviamo a un gruppo di guest house abbastanza lussuoso, che onestamente non mi sarei aspettato di trovare qui. Fungono da base d’appoggio per chi sta al campo base, che è invece composto da tende ed è molto più spartano. Ma ormai la stagione è conclusa, e le guest house sono tutte chiuse. Ci sono solo un paio di locals che ci informano che il campo base è già stato completamente smantellato.

Proseguiamo per l’ultimo tratto superando una specie di grosso colle. Una volta in cima decidiamo che ci basta così e ci fermiamo a fare merenda. Zach ha portato anche la sua scacchiera, quindi giochiamo una partita che vinco!
Sulla via del ritorno ci imbattiamo in moltissimi yak, che a quanto pare sono lasciati liberi di pascolare in questa zona. Alle 10:50 siamo di nuovo agli zaini.

Questo Yak stava facendo da guardia ai nostri zaini nascosti

Ripercorriamo il ponte sospeso e ci rimettiamo sul sentiero principale. Da qui sono 7 km per Dingboche.
Dopo circa mezz’ora di cammino arriviamo a Shomare (4060 m) dove ci fermiamo per un rapido pranzo con due samosa e una coca cola.
Quando Zach va a pagare attacca bottone con i gestori locali (Zach ama così tanto chiacchierare che ha imparato un po’ di nepalese) che ci invitano nel retrobottega e ci offrono del Chang, la tipica birra di riso locale.

Una volta ripartiti ci mettiamo poco più di un’ora a raggiungere Dingboche (4410 m), percorrendo un sentiero bello e facile.
Dingboche è molto grande, forse più di Namche, e questo è un problema perché dobbiamo trovare Liv e non sappiamo dove cercarla. E ovviamente i telefoni non prendono. Peraltro non sappiamo nemmeno se sia già arrivata o se sia ancora in cammino dietro di noi.

Ci fermiamo in un cafè all’inizio del villaggio che ci sembra un buon punto d’osservazione. Il Cafè 4410, così si chiama, è un posto incredibile: ha un arredamento moderno e confortevole che poco ha a che vedere con qualsiasi altro posto visitato finora. E il menu è fornitissimo, con un’ampia scelta di dolci e bevande. Certo, i prezzi sono un po’ cari, ma sono più che giustificati dal luogo in cui ci troviamo.
Nel cafè c’è pure una zona cinema dove stanno proiettando, credo lo facciano tutti i giorni a quest’ora, il film Everest.

Dopo un po’ di su e giù lungo la via principale del paese, Zach riesce a trovare Liv, che ha già preso alloggio. Lasciamo gli zaini nella guest house e ci dirigiamo al vicino torrente perché abbiamo deciso che ci meritiamo un bagno.
Riusciamo a fatica a trovare un punto in cui l’acqua sia più profonda di trenta centimetri, ma in qualche modo riusciamo a immergerci. L’acqua è freddissima.
Torniamo alla guest house dove passiamo la serata a giocare a carte e a chiacchierare con i pochi altri ospiti, che ormai sono facce note lungo il sentiero. Sono Vincenzo (dalla Svizzera italiana) e Sofia (dalla Florida), che però stanno seguendo il trekking del campo base. Per loro domani è previsto un giorno di acclimatamento qui a Dingboche e poi si dirigeranno direttamente verso l’EBC. Noi altri, che facciamo il giro dei tre passi, domani salteremo il giorno di acclimatamento per farlo il giorno successivo a Chhukhung.

Strava.

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Un ingorgo di yak

I festeggiamenti dell’Everest Day, il 29 maggio, generalmente coincidono con la fine della stagione turistica in questa zona, in ragione dell’arrivo della stagione dei monsoni.
Il campo base inizia ad essere smantellato, i lodge dei vari paesi della zona chiudono per qualche mese e i villaggi si svuotano. Anche il numero di turisti cala drasticamente, vista l’incertezza del meteo che, più che rappresentare un pericolo, impedisce di vedere le suggestive cime delle montagne.

Quando io, Liv e Zach ci lasciamo alle spalle Namche Bazar siamo dunque tra i pochi a farlo in direzione dell’Everest. Qualche altro trekker si trova ancora, ma siamo ben lontani dalle masse che affollano questi sentieri tra aprile e maggio. Man mano che passeranno i giorni i villaggi che visiteremo si faranno sempre più deserti, e verso la fine del trekking potrebbe anche diventare difficile trovare guest house ancora aperte dove soggiornare.
Il sentiero da Namche passa per il punto panoramico dove due giorni fa si sono tenuti i festeggiamenti, da lì si apre lungo la vallata e prosegue per alcuni chilometri in piano offrendoci delle bellissime viste dell’Everest.
Oltrepassato il villaggio di Sanasa, praticamente alla stessa altitudine di Namche, scendiamo a fondo valle per attraversare un trafficato ponte sospeso.
Da lì parte un lungo sentiero ripido che sale tagliando il fianco della collina. Oltre al sentiero principale ci sono varie scorciatoie che passano nel bosco tagliando alcuni brevi tornanti. Dopo aver seguito il sentiero principale per le prime due curve, decido di tagliare per il bosco, ma la scorciatoia che scelgo diparte completamente dal sentiero e si inoltra tra gli alberi.
Poco male perché sto continuando a salire, e c’è quindi poca probabilità di sbagliare strada. Però sono abbastanza certo che i miei compagni di sentiero non mi abbiano visto avventurarmi per questo percorso secondario, quindi non mi seguono e non li vedo per un po’.
Inoltre il cammino lungo lo stretto sentiero nel bosco è rallentato da un grosso ingorgo di Yak, così lungo che per superarlo devo praticamente mettermi a correre (in salita, a quasi 4000 metri).

Il monastero di Tengboche (questa foto non rende, cercatelo su google)

Dopo un’ora di salita arriviamo Tengboche, villaggio famoso per il suo suggestivo monastero. Facciamo dunque una breve sosta e io e Zach riusciamo a visitare l’interno del monastero.
Dopo la ripartenza sono solo 4 facili chilometri fino a Pangboche, la nostra meta per la giornata.
Lungo quest’ultimo tratto incontro un local che indossa un cappellino della Adventure Consultants, la storica compagnia di Rob Hall, quello dell’incidente del 1996. Parlando con lui scopro che conosceva le persone coinvolte, ma quell’anno non era in servizio. Tra le altre cose mi racconta che è stato in cima all’Everest 16 volte! Già che ci sono mi faccio anche fare un preventivo per una spedizione fino in cima, e sorprendentemente il prezzo è più basso di quello che mi aspettassi: solo 70.000 euro.

Il nostro nuovo amico della Adventure Consultants ci convince a recarci ad Upper Pangboche che, come dice il nome, è la parte alta del villaggio. Non è proprio sulla strada, che invece segue il fondo valle, ma da lì si gode una splendida vista dell’Ama Dablam, un suggestivo picco di quasi settemila metri.
Inoltre ci porta in una lussuosa guest house che in alta stagione ospita gli scalatori esperti e che, all’epoca, ospitava proprio i membri della Adventure Consultants.
Ad Upper Pangboche il mio altimetro segna 3997 metri, ma siccome la stanza dove dormiremo è al piano superiore questa sarà la prima notte sopra quota 4000.

Strava.

 

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Il trekking dei tre passi

A Namche Bazar, primo paese di questo trekking sopra quota 3000 metri, è caldamente consigliato un giorno di acclimatamento, quindi oggi si sta fermi qui.
Stefano, Chiara e Zach sono arrivati qui un giorno prima di noi, quindi per loro oggi è il momento di ripartire. Zach però è un tipo molto loquace e sta soffrendo molto l’assenza di un compagno di cammino che parli la sua madrelingua e lo ascolti. Ha quindi deciso di fermarsi un giorno in più per unirsi a me e Liv, che non solo parla la sua stessa lingua ma è pure sua connazionale!
Stefano e Chiara invece sono irremovibili sul ripartire oggi: hanno delle restrizioni di tempo e budget per cui non possono permettersi di perdere un giorno.

La giornata passa molto tranquilla: mi sveglio alle 7 ma resto due ore a letto a non fare nulla. Più tardi faccio un giro per Namche per fare alcuni acquisti essenziali prima di avventurarmi nelle zone più remote di questa regione. Tra le altre cose cambio i lacci degli scarponi, che ormai sono a brandelli e tenuti assieme da vari nodi, e compro dei tappi per le orecchie, perché Liv russa in maniera assurda. Oltre a questo mi rifornisco di un po’ di snickers, burro d’arachidi e frutta secca.
Quando gli altri si svegliano andiamo a visitare l’Everest Museum inaugurato ieri da Messner, per poi passare il resto della giornata tra vari bar del paese.
Nel primo in cui vado, assieme a Zach, una tazza di tè costa più di 2 euro, ma un intero piatto colazione, comprensivo di bevanda, ne costa solo 5. Nonostante avessi appena mangiato mi trovo costretto a scegliere la seconda opzione.
Ci spostiamo poi in un altro bar dove Zach estrae la sua scacchiera e giochiamo una partita (che perdo). Zach, che sta viaggiando da 7 mesi, si è appassionato di scacchi in India e ha comprato una scacchiera da viaggio. A giudicare da questo primo match siamo circa allo stesso livello, quindi credo ci divertiremo!

Bene, non è successo altro in questa giornata. Parliamo dunque di ciò che succederà nei prossimi giorni.
Il principale trekking di questa zona è sicuramente quello del campo base dell’Everest. È un percorso piuttosto semplice e a tratti noioso: si parte da Lukla, si passa da Namche e si prosegue per 4-5 giorni fino al campo base. Da lì si torna indietro lungo lo stesso percorso. Inoltre la meta stessa del campo base è poco gratificante: da lì nemmeno si vede l’Everest!
Per questa serie di motivi questo trekking mi era stato sconsigliato, facendomi preferire il circuito dell’Annapurna. Come già spiegato in precedenza ero comunque intenzionato a raggiungere l’EBC, motivo per cui sono venuto in Nepal per due mesi a fare entrambi i trekking.

La vista dalla mia stanza a Namche

Quando avevo iniziato a studiare il percorso verso l’EBC mi ero interrogato sulla possibilità di superare uno dei passi segnati sulla mia cartina in prossimità del campo base e scavallare così in una diversa vallata per avere un cambio di scenario sulla via del ritorno. Si trattava però di passi di montagna ad oltre 5000 metri, e non sapevo se fossero realmente praticabili.
Una volta arrivato a Kathmandu avevo però scoperto che c’era effettivamente un percorso battuto che passava per questi passi, formando un anello che collegava, oltre al campo base, anche i laghi di Gokyo, un’altra rinomata meta della regione.
È il trekking dei Tre Passi, che richiede circa tre settimane di tempo ed un impegno fisico maggiore del semplice trekking del campo base.
Quando avevo conosciuto Liv sul tetto dell’ostello a Pokhara avevamo entrambi espresso il desiderio di fare questo trekking. Nei primi giorni di cammino, quelli in seguito all’intossicazione alimentare, avevamo brevemente pensato di ridimensionare i piani e di reindirizzarci sul semplice trekking del campo base. Nel momento di massimo sconforto avevamo addirittura pensato che saremmo solo arrivati a Lukla da dove avremmo preso un volo per tornare a Kathmandu.
Ma ora siamo finalmente guariti e tornati in forma, quindi nulla più si oppone tra noi e il Trekking dei Tre Passi!
Nei primi giorni seguiremo il trekking standard per l’EBC, ma una volta superato il villaggio di Dingboche ci addentreremo in una vallata secondaria fino a Chhukhung, per poi raggiungere il campo base dopo aver superato il primo passo, Kongma La, a quota 5535. Da lì ci riconnetteremo al sentiero per il campo base all’altezza di Lobuche.
Una volta raggiunto l’EBC torneremo indietro fino a Lobuche, per proseguire da lì verso il passo di Cho La. Questo ci porterà nella vallata dei laghi di Gokyo, un posto che sembra essere bellissimo. Un amico di Zach che è stato qui qualche settimana prima di noi gli ha detto che avrebbe voluto avere più giorni a disposizione per fermarsi lì.
Resta poi l’ultimo passo, Renjo La, dopo il quale si percorre l’ultima vallata fino a tornare a Namche Bazar. Da lì c’è un’unica via di ritorno: quella che porta all’aeroporto di Lukla o, con un paio di giorni extra, alla strada dove si può prendere la jeep.

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Everest Day

L’ingresso del parco nazionale del Everest con un cane epico che mi ha accompagnato per un po’…
La prima volta che ho visto l’Everest

Il paese di Monjo, dove abbiamo passato la notte, si trova a poche centinaia di metri dal portale di ingresso al parco nazionale dell’Everest. Il varco è aperto dalle 7 del mattino fino a boh, le otto di sera. Sta di fatto che saremmo potuti entrare ieri e fermarci nel primo villaggio dopo l’ingresso, guadagnando un sacco di tempo. Invece siamo arrivati al cancello pochi minuti prima dell’apertura e abbiamo dovuto aspettare che tirassero su le serrande.
Ho una certa fretta di passare il controllo, perché oggi è l’Everest Day, il giorno in cui si celebra l’anniversario della prima scalata. E in più quest’anno sono 70 anni tondi, quindi i festeggiamenti sono importanti.
Zach, che ieri sera ha incontrato Nims, ci ha detto che potrebbe esserci la vaga possibilità di incontrarlo anche oggi, quindi spero di arrivare a Namche Bazar il prima possibile.
Invece, non so bene per quale motivo, le guardie all’ingresso ci mettono 45 minuti per validare i nostri documenti. Quando ci danno il permesso di entrare sono furibondo.

Inizio a camminare velocissimo e Liv, percependo la mia fretta, mi dice di andare avanti e ci diamo appuntamento alla guest house dove alloggia Zach.
Volo. Le indicazioni del sentiero dicono che ci vogliono 4 ore dal cancello a Namche. Ce ne metto una.
È un tratto molto trafficato, con tanti turisti, locals e yak. È inoltre una bellissima giornata di sole, forse la migliore da quando abbiamo iniziato questo trekking.
Circa a metà strada attraverso il famoso Hillary Bridge, un ponte sospeso molto fotogenico che avevo già visto in qualche film.
Da lì il sentiero attraversa un bel bosco di abeti e guadagna velocemente quota.
Poco prima di Namche che il primo checkpoint del parco, dove controllano (fortunatamente in pochissimo tempo) il permesso che ho appena ottenuto.

Si percepisce subito che Namche Bazar (3440 m) è un luogo importante: grandi strade lastricate in pietra, alberghi, ristoranti, negozi e un sacco di gente. Ci sono un paio di bakery e perfino il pub irlandese più alto del mondo.
Raggiungo l’albergo indicatoci da Zach e prendo la stanza a fianco alla sua. Con lui ci sono due ragazzi italiani, Stefano e Chiara, ma al momento sembra che stiano tutti dormendo: a quanto pare si erano alzati presto per andare a vedere l’alba, e ora sono tornati a letto.
Poco dopo le 10 arriva anche Liv e, nonostante sia un po’ presto, andiamo a mangiare un hamburger. Erano giorni che sognavamo di farlo.
L’hamburger non solo è buonissimo, è pure altissimo: l’Everest degli hamburger!

Alle 12 saliamo verso il punto panoramico in cui si stanno tenendo le celebrazioni.
Sulla via ci imbattiamo nell’arrivo dell’Everest Marathon, la maratona che parte dal campo base e arriva fino qui a Namche e che si tiene ogni anno il 29 maggio.
Noi ci metteremo almeno una settimana a raggiungere l’EBC, i corridori coprono la stessa distanza (anche se in gran parte in discesa) in una manciata di ore.

Entriamo nel parco dove si tiene la festa e veniamo benedetti con delle sciarpe bianche e ci vengono offerti i biscotti dello sherpa, che sono identici ai galani.
Prendiamo posto di fronte al palco principale e appena mi guardo intorno vedo arrivare Rachel, una ragazza inglese con cui avevo condiviso la stanza di ostello i primi giorni a Kathmandu! Un altro incontro incredibile!
Durante la cerimonia parlano molti personaggi nepalesi, come il sindaco di Namche Bazar e soprattutto uno sherpa di almeno 90 anni (l’età esatta è incerta) che è l’unico rimasto della spedizione di 70 anni fa che conquistò la cima dell’Everest. C’è anche Peter Hillary, figlio di Sir Edmund Hillary, quello che per primo è arrivato in cima assieme allo sherpa Tenzing Norgay.
Gli interventi sono intervallati da momenti di danze popolari.
Per tutta la durata dell’evento passano a offrirci tè e biscotti, e alla fine scopriamo che c’è pure un pranzo offerto! Io e Liv avevamo praticamente appena pranzato, ma non possiamo certo rinunciare a questa occasione. È tutto buonissimo e abbondante.
Come se non bastasse arriva pure Reinhold Messner, che in occasione di questa giornata ha inaugurato una nuova ala del museo della montagna di Namche. Lo inseguo per chiedergli una foto, che riesco a scattare in velocità.

Dopo pranzo la cerimonia continua, ma ormai tutti gli interventi sono in nepalese. L’abbondante pranzo unito al caldo sole pomeridiano e alle incomprensibili parole mi fanno salire un abbiocco incredibile, quindi decido di alzarmi per evitare di addormentarmi. Faccio un salto a vedere il centro di conferenze poco distante, intitolato a Tenzing Norgay e che è stato inaugurato proprio oggi.

Finita la cerimonia ci spostiamo in una delle bakery che avevo adocchiato all’ingresso in paese. Siamo io, Liv, Zach, Stefano, Chiara e Rachel. Si unisce a noi un ragazzo americano con dei marcati segni di abbronzatura sul volto. Ci dice che ha corso la Everest Marathon, ma solo dopo una lunga conversazione ci svela che l’ha pure vinta!!!
A quanto pare ci sono due categorie, una per nepalesi e una per stranieri, e lui ha vinto in quest’ultima. Battere i locals che sono nati e cresciuti a queste altitudini pare essere impossibile, per questo hanno distinto le categorie.

Torniamo in ostello dove siamo obbligati a cenare. Per tenere basso il prezzo della nostra stanza infatti abbiamo promesso che avremmo cenato e fatto colazione in albergo. Quindi, nonostante io abbia mangiato un hamburger alle 11 e abbia poi pranzato di nuovo alle 13 e non pago abbia pure mangiato una fetta di torta alle 15, ora che sono le 18 sono costretto a ordinare la cena.
Ordino una minestra di verdure, la cosa più leggera che trovo sul menu.

La giornata non è ancora finita: stasera c’è il party più alto del mondo!
Ci rechiamo nel luogo indicato dai flyer, che abbiamo iniziato a vedere già alcuni giorni fa appena passato Lukla, che scopriamo essere il cortile di una scuola.
C’è un palco con musica dal vivo e sembra che l’intero villaggio sia qui.
Situazione strana, perché ogni 2-3 canzoni la musica viene interrotta da uno speaker che parla per alcuni minuti uccidendo il mood.
Faccio finta di tradurre quello che dice e mi giro verso i miei amici dicendo “ha detto che c’è un auto da spostare”, battuta che riscuote un gran successo.
Quando a mezzanotte faccio ritorno in ostello con Stefano e Chiara, scopriamo che la porta d’ingresso è chiusa. Evidentemente qui non sono abituati a fare festa fino a tardi, e sono già andati tutti a dormire.
Fortunatamente dopo un po’ riusciamo a richiamare l’attenzione di qualcuno all’interno e a entrare.
Mi butto a letto ma sto sveglio ancora un po’, e poco dopo infatti mi scrive Liv dicendo che è chiusa fuori.
Le apro e andiamo a dormire.

Pranzo incredibile

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Ho incontrato un tizio che conosco

È saltato un giorno, perché durante la notte a Surke Liv è stata male di nuovo e questo ci ha costretti a stare fermi.
Ho passato l’intera giornata a vagare per la guest house e per il villaggio. Ho finito Into thin air di Jon Krakauer, libro che avevo già letto ma che ho pensato fosse carino rileggere qui ai piedi dell’Everest. Poi ho guardato qualche film sul telefono.
Unico avvenimento degno di nota è che a pranzo ho mangiato una zuppa di verdure incredibile e ne ho ordinata un’altra per cena.
Liv nel frattempo ha speso l’intero giorno a letto.

Il giorno seguente Liv sembrava essersi ripresa. Ho diviso con lei un porridge e ci siamo messi in cammino.
Inizialmente il cielo sembrava minacciare pioggia, ma poco dopo la partenza mi convinco che il meteo resterà stabile e mi tolgo la giacca.
Saliamo verso Chheplung (2660 m) e ci congiungiamo finalmente col sentiero proveniente da Lukla. Da qui in poi il terreno è ben compatto e spesso lastricato di pietre. Inoltre sono finalmente finiti i saliscendi insensati degli ultimi giorni: da qui in poi continueremo a guadagnare gradualmente quota senza inutili discese.
Di contro però, di pari passo con l’altitudine, iniziano anche a crescere i prezzi di vitto e alloggio.

Il sentiero è decisamente migliorato!

Avanziamo spediti e attraversiamo il villaggio di Phakding(2610 m), piuttosto grande e con un gran via vai di persone. Sembra che domani, 29 maggio, in occasione del settantesimo anniversario della prima scalata dell’Everest, ci sarà grande festa a Namche Bazar, la capitale di questo distretto regionale. Se tutto va bene arriveremo là giusto in tempo per i festeggiamenti.
Mentre siamo fermi nella via principale di Phakding per fare delle foto, scorgo un viso noto: Micheal, l’olandese tutto tatuato che mi aveva spiegato un po’ di cose sul Buddhismo a Ghyaru, lungo il circuito dell’Annapurna! Incredibile!
Micheal ci accompagna per un po’, ma ci separiamo quando io e Liv ci fermiamo a pranzare in una tea house isolata.

Nell’ultimo breve tratto di cammino ci fermiamo a comprare delle buonissime samosa da una signora che le vende lungo la strada e che diventerà nota come Lady Samosa. Arriviamo infine a Monjo (2840 m), dove ci fermiamo per la notte in una guest house consigliataci da Zach, il ragazzo canadese che avevamo conosciuto l’ultima sera a Kathmandu. Stiamo infatti percorrendo lo stesso sentiero con un giorno di differenza, quello che io e Liv abbiamo perso a vomitare, e Zach ci manda consigli sui luoghi dove pernottare in base alla sua esperienza del giorno prima.
In serata facciamo festa con un gruppo di indiani che ha appena concluso il trekking del campo base dell’Everest e ora sta tornando all’aeroporto di Lukla.
Zach, nel frattempo, si trova già a Namche, dove fervono i preparativi per la giornata di festa di domani. Ci manda una foto insieme a Nims, lo sherpa protagonista del documentario 14 peaks che ha scalato tutti i 14 ottomila in soli 7 mesi. È anche lui a Namche per i festeggiamenti e Zach lo ha incontrato per caso.
Io rosico un po’.

Strava!

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La fine della strada, ancora

Dopo un’abbondante colazione a base di porridge ci rimettiamo in cammino per terminare quello che avevamo iniziato ieri: abbiamo ancora circa 800 metri di dislivello da superare per arrivare a Puiya.
Il primo tratto di sentiero continua a salire ripido, ma finalmente si stabilisce in quota e si ricongiunge con la strada carrozzabile.
Infatti, sebbene la jeep ci abbia scaricati due giorni fa, c’è ancora una strada che prosegue fino a qui. È molto dissestata, praticamente uno sterrato, ma ogni tanto passa qualche veicolo.
Dopo giorni su sentieri incerti e ripidi, ritrovare un terreno regolare e pianeggiante ci fa accelerare considerevolmente il passo, ma in poco tempo questo ci porta a raggiungere la fine della strada.
Appena un chilometro prima di Puiya c’è infatti un cantiere che sta lavorando per l’avanzamento della strada e la sua connessione al paese. Il terreno non è dei migliori, è molto in pendenza, e lo spazio per la strada viene conquistato a suon di esplosioni.
Dal punto in cui la strada si interrompe il sentiero diventa davvero strettissimo e molto, molto fangoso (oltre al fango si mescola anche cacca di yak).
A Puiya (2730 m) facciamo una pausa con tè e formaggio di yak (quest’ultimo in realtà lo mangio solo io perché Liv segue una dieta vegana). Subito dopo ci imbattiamo nel primo checkpoint di questo trekking, dove un poliziotto con dei notevoli baffi ci controlla i documenti con aria molto seria. Mentre l’agente torna nel suo ufficio per ultimare i controlli, io arriccio i miei baffi per rendere omaggio ai suoi. Lui mi vede dalla finestra e il suo sguardo serio lascia spazio a un sorriso divertito.

La fine della strada

Il successivo tratto di cammino, sebbene sia prima in piano e poi in discesa, è durissimo.
Si può constatare come questo non sia uno dei sentieri più battuti: è stretto, irregolare e pieno di fango. In teoria la situazione dovrebbe migliorare una volta che ci ricongiungeremo al sentiero che parte da Lukla: il trekking da Lukla al campo base dell’Everest è uno dei più famosi e frequentati al mondo, quindi mi aspetto praticamente un’autostrada.
Arriviamo a Surke (2290 m) e prendiamo alloggio in una bella guest house all’ingresso del villaggio.
Mi pare di capire che anche qui stiano costruendo un tratto di strada, in previsione del congiungimento a quella che a breve arriverà a Puiya. Chissà, forse tra qualche anno la strada si connetterà fino a Lukla e al suo aeroporto, cambiando completamente gli equilibri di queste vallate.
Io e Liv ci dividiamo una porzione di riso con verdure per pranzo e poi ci concediamo una doccia calda (un lusso che richiede un sovrapprezzo da queste parti). Nella doccia vedo uno dei ragni più grossi e cattivi che abbia mai visto.

Strava.

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Ancora un sacco di scale

L’obiettivo di oggi è Puiya, un paese a soli 13 chilometri di distanza ma con ben 1800 metri di dislivello. Io sono ottimista.
Appena superiamo il ponte nei pressi della guest house dove abbiamo pernottato inizia la ripida e lenta ascesa.
Pensavo di aver visto abbastanza scale in uno dei primi giorni sul circuito dell’Annapurna, ma qui è peggio.
Ci fermiamo a Kharikhola (2040 m) per una breve pausa tè. Da qui ci sono due chilometri pianeggianti, ma poi ricomincia la salita.
Liv sta accusando il colpo più di me e a un certo punto decide di seguire la strada, più lunga ma anche con pendenza più dolce, mentre io continuo a tagliare lungo le scalinate. Riesco comunque a vedere la strada per tenerla d’occhio, è un certo punto decido di fermarmi ad aspettarla, visto che mi pare sia rimasta indietro.
Dopo 15 minuti ancora non si vede, e sta pure iniziando a piovere. Scendo a cercarla e me la ritrovo davanti in poco tempo.
Arriviamo insieme a Bupsa dove ci fermiamo a pranzare.
Siamo entrambi stanchissimi, e non ne possiamo più di tutti quei gradini, quindi quando Liv mi propone di fermarci qui accetto volentieri.

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Sentiero che sale e che scende mentre noi già avevamo la nausea

La lunga dormita sembra averci rimesso in forze, e ci sentiamo pronti ad affrontare la giornata di cammino.
L’obiettivo odierno è Nunthala, che sarebbe stata la nostra meta di ieri.

Facciamo colazione nella zona lounge annessa alla nostra camera, forse la stanza più lussuosa di tutto il mio viaggio in Nepal, e alle 8 siamo pronti a partire.
Siamo circa a quota 2500 metri, il panorama è boscoso ma anche fortemente antropizzato, con vari terrazzamenti adibiti a coltivazione. Il cielo è coperto ma si sente in continuazione un grande traffico aereo in direzione dell’aeroporto di Lukla.
La prima parte del sentiero è in dolce pendenza, e la temperatura è gradevole, per cui riusciamo a prendere bene il passo anche se ancora un po’ indeboliti.

Alle 9:30 arriviamo a Ringmu (2720 m), un paese che più di altri mi dà l’impressione di essere un paese di montagna, con costruzioni che ricordano quelle delle nostre Alpi e qualche bel praticello verde. Ci fermiamo a prendere un tè.
Da qui il sentiero inizia a salire più ripidamente, fino ad arrivare a toccare quota 3000 nei pressi di una stupa. Ecco, lo svantaggio di questi primi giorni di trekking di avvicinamento a Lukla è che si continua a salire e scendere inutilmente, guadagnando anche migliaia di metri di dislivello ma perdendoli tutti nel giro di poche ore tornando all’altitudine di partenza.
E infatti ecco che torniamo a scendere verso Nunthala, a quota 2330 mt, che raggiungiamo poco prima delle 13. Decidiamo di fermarci per pranzo in una bella guest house con la sala da pranzo affacciata su un piccolo giardino e sulla strada principale.
Prendo un piatto di noodles così grande che non riesco nemmeno a finire, nonostante siano il mio primo vero pasto da giorni. Fortunatamente Liv ha con sé un piccolo tupperware dove posso conservare gli avanzi.

Io mi sento bene, Liv un po’ meno ma è comunque ok. Decidiamo di provare a proseguire verso Jubing, paesino a soli 5 km di distanza e a quota 1680 metri, quindi tutto in discesa.
Il sentiero scende attraverso un bosco ombroso ed è molto bello, ma poco tempo dopo la partenza sia io che Liv iniziamo a riaccusare nausea. Forse siamo stati un po’ troppo ottimisti e non avremmo dovuto camminare così tanto oggi. Ma in realtà secondo me l’errore è stato solo pranzare.

Decidiamo di fermarci al primo lodge che troveremo, che a giudicare dalle indicazioni che abbiamo dovrebbe essere a circa un chilometro da noi, nei pressi di un fiume.
È così, appena arriviamo a fondo valle vediamo subito due guest house situate nei pressi di un ponte sospeso. Il villaggio di Jubing è appena dall’altra parte, ma ci arriveremo domani.

Faccio una doccia fredda attingendo acqua da un bidone, e già che ci sono sciacquo pure qualche vestito. Decidiamo di cenare con una zuppa di verdure che, non si sa bene perché, arriva due ore dopo che la ordiniamo. Mangiamo e andiamo a letto.

Strava.

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